Recensione/211 – I tre volti di Ecate (C. Speggiorin)

Autore: Claudia Brigida Speggiorin
Titolo: I tre volti di Ecate
Editore: Golem Edizioni
Prezzo Ebook: € 0,99 (prezzo Amazon)
Prezzo cartaceo: € 9,40 (prezzo Amazon copertina rigida)
Prezzo cartaceo: € 10,90 (prezzo Amazon copertina flessibile)
ISBN: 978-88-85785-90-8
Dati: pag. 255, 2020

Sinossi: 1920. Al meretricio La Mariposa risiede una ragazza con il volto solcato da una cicatrice a forma di luna calante. Quello sfregio, unico marchio visibile di un abuso che tutti vogliono resti segreto, viene custodito dalla ragazza assieme al proprio vero nome, Adele, e all’amore per Filippo, un militare richiamato alle armi da Parigi e conosciuto durante una licenza. I clienti del meretricio la conoscono come Violetta, e tale resta fino a quando La Mariposa viene sconvolta per sempre da un omicidiosuicidio che rivela l’invidia e l’odio strisciante tra le pensionanti. Con l’aiuto del marchese Chiostri, un frequentatore del meretricio che la crede la reincarnazione di una profetessa di Ecate, Adele si lascia alle spalle l’Italia e diviene Antea, profetessa circense che, assieme alla trapezista Barbarelle, dà vita a un duo artistico che fa sognare Parigi. La precaria salute del padre la richiama però nell’Italia fascista, dove ha la possibilità di sistemare i conti con il passato. Tornata a Parigi, comincia a finanziare la propaganda antifascista e cerca di tornare alla vita del circo, ma il destino ha in serbo per lei un’altra svolta…

Il mio pensiero: Ho letto questo libro nella versione primordiale, vale a dire in PDF, grazie ad un’amica che me lo ha passato. Il romanzo si svolge nel 1920, pochi anni dopo la prima Guerra Mondiale; in questo panorama di un’Europa che sta cercando di risollevarsi, alla Mariposa si muovono alcune ragazze che sbarcano il lunario prostituendosi.

Poi, il mio andare avanti si perde, ma forse perché ho sempre letto questo libro la sera tardi, era notte ormai, e quindi le mie palpebre ne risentivano. Però, quello cui ho fatto caso è il fatto che nei dialoghi, o negli stralci del diario della protagonista principale, il verbo avere è scritto come era scritto in passato, vale a dire con le vocali accentate (io ò, tu ài, egli à… essi ànno); caratteristica, questa, che già avevo riscontrato in un altro romanzo.

In tutto il romanzo si trovano riferimenti storici, naturalmente, ma anche filosofici; trovarne uno (il nome di Misia Sert), mi ha fatto venir voglia di rileggere per, forse, la terza volta, l’autobiografia di Simone de Beauvoir, il cui primo volume è Memorie di una ragazza perbene.

Dal punto di vista stilistico, riconosco all’autrice uno stile veramente bello e pulito da quelle pomposità che rendono i romanzi difficili nella lettura; le parole sembrano scivolare via con molta leggerezza, anche quando introduce discorsi che hanno a che fare con la mitologia.

Insomma, Claudia Speggiorin ha rappresentato un po’ una rivelazione per me, e sarei felice, in futuro, di leggere altro di lei.

Il mio giudizio: 4 ragnetti

Nuove idee scrittorie

Finalmente, dopo tanto tempo in cui pensavo di aver esaurito la mia vena scribacchina, ecco che qualche sera fa inizio a fare nuovi progetti per scrivere qualcosa di nuovo. L’idea è nata perché non molto tempo fa ho partorito un nuovo personaggio: si tratta di un personaggio femminile, che ho chiamato Beatrice. Ancora non ho un’idea sull’età da attribuirle, ma se non altro, mi sono fatto un’idea sull’aspetto da darle.

Ad essere sincero, la prima cosa che ho pensato inizialmente è stata di modificare il racconto di Lucinda, cambiando solo i nomi, facendo restare inalterata la vicenda; poi mi sono accorto che la protagonista secondaria si chiama Maya, e mettere in pratica quello che avevo in mente mi è sembrato un sacrilegio; Lucinda e Maya sono due personaggi che hanno il diritto di essere tra quelle pagine, perché rappresentano le emozioni che volevo suscitare in quel particolare momento. Quello che quello che ho in mente, dunque, e che penso costituisca l’unica alternativa possibile, è riprendere in mano quattro vecchi racconti brevi, e da quelli trarne degli episodi su cui costruire la storia di Beatrice; oltre a questo, dovrò farne un ritratto per dare un’idea a chi legge di chi sia e cosa faccia, e magari, come ho fatto spesso in altri scritti, costruirle un passato, bello o brutto che sia. Mi rendo conto che sarà un lavoraccio, e che potrei stare le ore davanti al portatile, per fare magari un collage delle cose migliori dei racconti, per poi rielaborarle… staremo a vedere! 😉

1° racconto: 17 pag., 2012

2° racconto: 15 pag., 2013

3° racconto: 8 pag., 2013

4° racconto: 26 pag., 2014

Recensione/210 – Inni alla gioia (C. Bertoglio)

Autore: Chiara Bertoglio
Titolo: Inni alla gioia
Editore: Effatà
ISBN: 978-88-6929-513-3
prima ed.: 2020
Prezzo: € 12,35 (prezzo Amazon)
Dati: pag. 160, 2020, brossura

Sinossi: In questo libro sono raccolte storie di vita in cui la musica si inserisce nello spartito dell’esistenza con una propria voce insostituibile. La musica porta speranza ai bambini più disagiati, costruisce pace nei contesti più difficili, loda Dio coinvolgendo nel profondo la sete di infinito degli esseri umani, afferma la dignità e il diritto alla vita di ogni persona, crea, consolida e costruisce rapporti veri e profondi. Ritrovare la propria voce o scoprirla per la prima volta; ricordare delle canzoni o impararne di nuove; sentirsi parte di una comunità «polifonica» che aiuta a ritrovare un’armonia interiore che l’età o la malattia potevano aver compromesso: la musica può davvero cambiare la vita delle persone più fragili, e aiutare loro e i loro cari a rendersi conto della preziosità di ogni esistenza, di ogni tempo, di ogni momento e di ogni relazione. Dall’ascolto di questi messaggi, che spesso nascono da situazioni difficili, sbocciano trascinanti inni alla gioia.

Il mio pensiero:

America Latina, Stati Uniti, Francia; questi sono solo alcuni dei Paesi di cui Chiara parla nel tratteggiare queste storie. Storie che – ovviamente – hanno a che fare con la musica. Questo libro è nato da una serie di articoli che Chiara aveva scritto per Avvenire, articoli che poi ha ordinato per farne un libro. Queste pagine sono nate grazie all’ausilio dei potenti mezzi telematici: infatti, tramite i potenti mezzi telematici, Chiara è riuscita a raggiungere i luoghi più remoti della Terra, ed intervistare professori, musicisti e chiunque altro avesse un progetto che riguardasse la musica. Progetti, sì, di quelli che servono per rendere migliori delle situazioni: ed è così che, in queste pagine, Chiara parla di tante situazioni ai margini della società, dalle quali si sta cercando di uscirne fuori, proprio con l’ausilio della musica. Realtà come quella di un progetto di musica nel Sud America, nato allo scopo di tenere fuori i bambini e le bambine dal mondo della droga; oppure un altro progetto, il cui scopo principale è quello di far interagire tra loro persone affette dalla Sindrome di Down. A tale proposito, così recita la parte dell’introduzione, in cui Chiara parla proprio di questo aspetto:

I musicisti con disabilità sono portatori di una bellezza unica, irrinunciabile; senza la loro vita e la loro arte, il mondo sarebbe infinitamente più povero. Contro chi afferma che certe vite non sono degne di essere vissute, o che l’handicap toglierebbe dignità alla persona tanto da rendere preferibile soppprimerne l’esistenza nel grembo materno, le testimonianze di quest musicisti (…) sono il canto più bello che si possa intonare alla ricchezza della vita umana.

Non ho mai condiviso atteggiamenti estremi, come quello di sopprimere chi sia diverso da noi (che poi, anche sul termine diverso ci sarebbe da fare un discorso troppo lungo); ad ogni modo, le persone con disabilità fisica, motoria o intellettuale, sanno essere molto più sveglie di noi, che ci riteniamo normali. Ricordate Rain man? Ecco. Ad ogni modo, mentre leggevo il brano riportato poco più sopra, qualcosa ha mosso le mie corde, e mi sono sentito tirato in causa. affronta il rapporto Sindrome di Down/musica nel racconto Emmanuel: la meglio gioventù.

Ma la musica ha un potere fantastico: può arrivare dovunque. Anche in carcere. Ed è qui, credo, la musica – con la sua forza dirompente – riesce a far cadere quel muro invalicabile, per unire in un unico abbraccio detenuti e secondini, regalando un momento di spensieratezza in un posto che generalmente è caratterizzato da un grigiore uniforme. In più di un’occasione ho avuto modo di leggere di concerti tenuti da Chiara in carcere, e la sensazione che alla fine hanno i detenuti è… meravigliosa! Proprio de musica nel carcere Chiara parla nel racconto “Gregoriano oltre le sbarre”.

Ma Chiara è una musicista ed una musicologa, dunque da persona competente qual è, è logico aspettarsi di leggere, nei suoi libri, delle analisi sulla musica, come in questo caso:

(…) la bellezza della musica sacra e liturgica non è un «di più», una sorta di orpello che si può aggiungere o togliere a piacimento, e per il quale c’è tempo solo quando le questioni più «urgenti» sono state risolte. Ascoltare testimonianze che raccontano la passione dei detenuti texani per il canto gregoriano può aiutare, secondo me, a rivedere la propria lista di priorità in modo piuttosto radicale.

e poco più oltre:

(…) proprio nelle situazioni in cui, oltre che il pane, manca anche la pace, la musica si rivela formidabile elemento di conciliazione e riconciliazione; un catalizzatore di amicizia e fratellanza, che permette di stabilire relazioni vere e sincere tra persone che la storia, i conflitti, la politica collocherebbero sui lati di opposte barricate.

oppure ancora:

(…) si tende a vedere la musica classica, o il gregoriano, non solo come una musica di élite dal punto di vista sociale, ma anche come una musica di élite dal punto di vista culturale e intelletuale. Nulla di più sbagliato: la testimonianza del grande compositore contemporaneo James MacMillan coniuga in modo toccante, profondo e vero la musica «colta», la fede, e l’affermazione forte e convinta dell’uguale dignità di ogni essere umano, in primis coloro che la nostra società tende a scartare perché aparentemente meno «perfetti» degli altri.

I libri di Chiara non sono testi come tutti gli altri; quelli che non esplorano in particolar modo l’aspetto musicale/teologico della musica, portano i lettori a riflettere su questioni serie, su cui Chiara è impegnata da anni; nel caso in questione, nelle chiacchierate virtuali fatte per realizzare questo suo libro, l’Autrice ha ascoltato racconti che si snodano tra la Storia e la storia: esperienze che raccontano di persone che si sono trovate in realtà storiche molto particolari. Uno dei tanti casi che Chiara narra in questo volume è quello di Beat Richner, medico di stanza in Cambogia, il quale credeva nel progetto per cui l’uomo può guarire, oltre che con l’ausilio di medicinali, anche con l’ascolto della musica; Richner suonava il violoncello; per questo si è guadagnato il soprannome di Beatocello, e Chiara ha fatto in modo che questo personaggio fosse il protagonista del racconto “Il pediatra con il violoncello”, uno dei tanti che portano il lettore in mezzo a situazioni gravi, spronandolo a riflettere su cosa si sta consumando in quel luogo, ma anche a gioire insieme a Chiara, ed ai protagonisti dei suoi racconti, per quello che succede lì, e che farà da contraltare alla difficile realtà del luogo:

(…) «Beatocello» preferiva dare tutto ai bambini: con le sue conoscenze mediche, con la creazione dei nuovi ospedali, con i concerti che ne rendevano possibili l’attività. E poco importa se ciò implicava rinunciare ad anche un solo giorno di vacanze in diciassette anni: il suo violoncello continuava a suonare, i bambini continuavano ad affollare i suoi ospedali, e si stima che le cure ambulatoriali fornite abbiano dato vita e speranzaa più di un milione e mezzo di piccoli pazienti.

Quella di “Beatocello” non è l’unica storia in cui qualcuno fa del suo meglio per portare la musica in mezzo alle situazione disatrose create dai conflitti; sulla stessa lunghezza d’onda, si snoda la storia di Ahmad Sarmast, un Maestro d’orchestra che, con l’avvento dei talebani è andato in Australia, per tornare una volta finito quell’incubo nel suo Paese, e riprendere così a far conoscere la musica lì.

A fare da contraltare alle vicende di Beatocello e di Ahmad, contribuisce la storia di Negin, una giovane donna pakistana, inizialmente osteggiata dalla sua famiglia per la decisione di studiare musica, ma che poi riuscirà a coronare il suo sogno all’estero, e – una volta rientrata nel suo Paese – userà la musica per parlare di diritti umani delle donne. Nel compiere questo passo, Negin sa di andare controcorrente: la musica non è gradita nel suo Paese, e lei potrebbe essere uccisa. Ma a lei non importa; anzi, combatterà per affermare questo suo scopo.

«Adesso il mio proposito è creare un’orchestra sinfonica per il mio Paese, e so che se lo voglio davvero riuscirò a farlo. Niente è impossibile: persino i miei zii hanno cambiato idea! Dopo un tour in Europa dellla nostra orchestra, i miei zii hanno capito che non faccio nulla di male: suono solo la musica classica! Adesso sono orgogliosi di me!»

Quanta bellezza si percepisce da queste parole: da un lato, quella per essere riuscita a realizzare se stessa; dall’altro, quella dovuta alla comprensione degli zii della protagonista, che, alla fine, hanno capito quanto per lei fosse importante intraprendere questo percorso. Per Negin la voglia di riscatto è tanta, e ha in mente un bellissimo progetto che vuole concretizzare:

«Adesso il mio proposito è creare un’orchestra sinfonica per il mio Paese, e so che se lo voglio davvero riuscirò a farlo. Niente è impossibile: persino i miei zii hanno cambiato idea! Dopo un tour in Europa dellla nostra orchestra, i miei zii hanno capito che non faccio nulla di male: suono solo la musica classica! Adesso sono orgogliosi di me!»

Per concludere questa recensione vorrei citare due ulteriori brani, che mi sembrano emblematici del desiderio di questi musicisti di realizzare qualcosa di veramente grande: il primo è il brano conclusvo al racconto su Beatocello, il secondo è una frase (accorciata da me) di Ahmad Sarmast, il cui sogno è quello di creare un’orchestra in cui convivano etnie diverse come linguaggio e cultura:

Con la dolcezza della musica, la forza delle parole, l’energia della vita, «Beatocello» ha dato speranza alla Cambogia; il suo testimone viene ora raccolto da chi ha lavorato con lui e ha crduto nel suo sogno – forse un’utopia, più probabilmente una visione profetica.

«E’ ancora difficile qui in Afghanistan. Siamo sempre in zona di guerra, ci sono sempre attentati, suicidi, ci sono sempre talebani in circolazione. Ma ciononostante la speranza è viva: le persone sono molto ottimiste sul domani. Posso vedere la speranza ovunque. (…) quando abbiamo ripreso i corsi, tutti i ragazzi sono tornati: una splendida dimostrazione della resilienza dei bambini e degli adulti, e della grande speranza che nutrono per il futuro.»

Ecco, penso che queste siano le parole con le quali concludere questa mia recensione, augurandomi di vi avervi invogliati ad acquistare il libro.

Il mio giudizio: 5 ragnetti

WWW… Wednesday #14

What are you reading? Cosa stai leggendo?

Sto ancora leggendo, in cartaceo, Inni alla gioia, dell’amica Chiara Bertoglio, che penso di terminare oggi; inoltre, sto continuando, in ebook,la lettura di I tre volti di Ecate, di Claudia Speggiorin.

What did you recently finish reading? Cosa hai appena finito di leggere?

Pochi giorni fa ho finito di leggere, in ebook, Se l’amore chiama, io non rispondo di Anna Zarlenga

What do you think you’ll read next? Cosa pensi leggerai in seguito?

Di recente mi sono arrivati due saggi: Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale, di Wolfgang Behringer, e Guida alla conoscenza della Bibbia, di L. Manicardi; penso che inizierò la lettura del saggio sul clima.

WWW… Wednesday #13

What are you reading? Cosa stai leggendo?

Stasera inizierò, in ebook, I tre volti di Ecate, di Claudia Speggiorin; inoltre, sto ancora leggendo, in cartaceo, Inni alla gioia, dell’amica Chiara Bertoglio.

What did you recently finish reading? Cosa hai appena finito di leggere?

Pochi giorni fa ho finito di leggere, in ebook, Se l’amore chiama, io non rispondo di Anna Zarlenga

What do you think you’ll read next? Cosa pensi leggerai in seguito?

Di recente mi sono arrivati due saggi: Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale, di Wolfgang Behringer, e Guida alla conoscenza della Bibbia, di L. Manicardi; penso che inizierò la lettura del saggio sul clima.

Recensione/209 – Quando l’amore chiama, io non rispondo (A. Zarlenga)

Autore: Anna Zarlenga
Titolo: Quando l’amore chiama, io non rispondo
Editore: Newton Compton
Prezzo Ebook: € 0,99 (prezzo Amazon)
Prezzo cartaceo: € 9,40 (prezzo Amazon copertina rigida)
Prezzo cartaceo: € 10,90 (prezzo Amazon copertina flessibile)
ISBN: 978-88-227-4459-3
Dati: pag. 255, 2020

Sinossi: Aida è un’idealista nata e non ha paura di lottare per le cose in cui crede. Per questo ha deciso di difendere i diritti dei suoi colleghi accettando di diventare la rappresentante sindacale dell’azienda in cui lavora. Una mattina, mentre sta correndo per non arrivare tardi al lavoro, una distrazione la fa scivolare e cadere. E proprio mentre tenta di alzarsi un affascinante sconosciuto appare al suo fianco per soccorrerla. Anche se non è disposta ad ammetterlo, Aida sente che quell’incontro ha lasciato in lei un segno… Peccato che, proprio durante la riunione, le venga presentato il nuovo responsabile delle risorse umane, che Aida aveva promesso di contrastare con tutte le forze: si chiama Dennis Castelli ed è la persona che l’ha soccorsa solo pochi minuti prima. Decisa a non ascoltare il proprio cuore, Aida si impegna nella sua battaglia, anche se l’atteggiamento di Dennis non fa che confonderla: cerca di prendersi gioco di lei o è possibile che abbia davvero a cuore gli interessi dei dipendenti? Tra pregiudizi, battibecchi, equivoci e codici di condotta autoimposti, Aida e Dennis dovranno trovare un accordo. Non solo per il bene dell’azienda, ma anche per il proprio cuore.

Il mio pensiero: Anche le sedi lavorative possono nascondere insidie piacevoli.

Aida è una sindacalista che lavora come centralinista in un’azienda, in cui ha a che fare con persone del tutto fuori di testa: a cominciare da Margherita, la sua supervisore, a persone del tutto strambe che chiamano al telefono, primo fra tutti un feticista dei piedi… Il suo lavoro è un po’ troppo monotono, e quando si prende una pausa, Margherita le sta con il fiato sul collo.

Un giorno, in questo ambiente arriva Dennis, in qualità di responsabile delle Risorse Umane, il quale si dà da fare per cambiare le cose lì dentro. Ma dovrà fare i conti con Aida, la quale non lo vede di buon occhio, e molto spesso trova argomentazioni di cui discutere.

Poi succede qualcosa, e tutte le barriere erette fino ad allora, crollano e… Naturalmente, un romanzo rosa non può definirsi così se non c’è il lieto fine… e infatti c’è, ed anche particolare. Ma forse proprio perché è particolare, tra tutti i libri rosa è quello che ho amato un po’ di più.

Il mio giudizio: 5 ragnetti