Recensione/224 – Il giocatore (F. Dostoevskij)

Autore: Fedor Dostoevskij

Titolo: Il giocatore

ISBN:

Editore: Arnoldo Mondadori Editore

Prima ed: 1968

Prezzo cartaceo:

Dati: pag. 253, 1968, rilegato

Sinossi: Quella che Dostoevskij tratteggia nel “Giocatore” è una vera e propria radiografia letteraria del vizio del gioco, un’istantanea dei modi in cui il demone dell’azzardo può possedere uomini e donne di età ed estrazione sociale diversa. Un’istantanea così vivida da spingere Sergej Prokofiev a trasformarla in un’opera omonima, caposaldo della lirica novecentesca. Nella fittizia cittadina tedesca di Roulettenburg va in scena, attorno a un totem fatto di fiches e casinò, un vero e proprio carosello di figure, dal giovane precettore Aleksej al vecchio generale, dall’anziana, ricchissima nonnina al cialtronesco marchese des Grieux, dalla graziosa Polina alla misteriosa mademoiselle Blanche. Succede di tutto, eppure nulla cambia e chi, come Aleksej, è posseduto dal gioco potrà guarire e redimersi, sì, ma solo “da domani”.

Il mio parere: Ho voluto iniziare con questo romanzo breve il mio approccio alla lettura russa; da tempo mi ripromettevo di farlo, ma ero preso da un timore reverenziale verso quei mostri di questa letteratura come Dostoevskij, Cechov e Tolstoj. Questo è uno dei tre testi che ho trovato in libreria; su consiglio di mio papà ho iniziato da uno di questi, per poi proseguire con gli altri due.

Scritto nel 1867, il testo è autobiografico; infatti, lo stesso autore era dipendente dal gioco. All’incirca alla metà del libro c’è un episodio che mi ha fatto ridere: il protagonista Alekséj Ivànovic riceve la visita di sua nonna; coglie così l’occasione di portarla nel luogo che frequenta di più: la sala da gioco. E fin qui, niente da dire: la cosa simpatica è che la nonna inizia a parlare ad alta voce con il nipote, per sapere come funziona tutto il meccanismo, per poi ritrovarsi al tavolo della roulette con il nipote, obbligandolo, quasi, a puntare sempre sullo zéro.

L’autore dimostra di conoscere bene il mondo del gioco d’azzardo; infatti, verso la fine descrive molto bene lo stato d’animo del protagonista, il quale si aggira prima ad un tavolo della roulette, per poi provare ad un altro, e poio – dopo aver vionto molti soldi (tanti a tal punto che non sa più dove riporli) va a giocare al trente et quarante, un gioco di carte, per vincere di nuovo. Ecco, quello che non ho capito sono le valute: si parla di federici, rubli, talleri; e fiorini… ma poi che valuta c’era in Russia in quell’epoca? Mi si è creata davvero tanta confusione.

A proposito di fiorini, quando l’ho letto, mi è venuto in mente questo: 😀

Il gioco fa paura, è vero, perché da un momento all’altro puoi ritrovarti a fare scelte troppo avventate per la smania di vincere il più possibile; ma anche vincere tanto può far paura. Ecco, infatti, come si comporta Alekséj Ivànovic quando torna a casa con tutti quei soldi:

«Ho vinto duecentomila franchi!» gridai rovesciando fuori l’ultimo rotolo. L’enorme cumulo di biglietti e rotoli d’oro aveva occupato tutto il tavolo; non potevo più staccarne gli occhi; a tratti mi dimenticavo affatto di Polina. Ora cominciavo a riordinare quei mucchi di biglietti di banca, li rinivo insieme, ora ponevo da parte in un sol mucchio tutto l’oro; ora piantavo ogni cosa e mi mettevo a camminare a passi rapidi per la stanza, mi facevo pensieroso, poi di colpo mi riaccostavo al tavolo, e ricominciavo a contare il denaro. All’improvviso, come riavutomi, mi gettai verso la porta e la chiusi in fretta dando due giri di chiave. Poi mi fermai, incerto, davanti alla mia piccola valigia.

Ecco a cosa porta il gioco: ad avere tanti soldi, e poi iniziano a renderti avido, ad avere paura di essere derubato, e a farti fare altre scelleratezze, come quella del protagonista nell’ultima pagina:

Esco dal casino, guardo, nella tasca del pancioto mi balla ancora un fiorino: “Ah, dunque ci sarà di che desinare” pensai; ma, fatti un centinaio di passi, cambiai idea e tornai indietro. Puntai quel giorno sul manque (quella volta fu sul manque) e, davvero, c’è qualcosa di speciale nella tua sensazione, quando, solo, in terra straniera, lontano dalla patria, dagli amici, e senza sapere quello che oggi mangerai, punti l’ultimo fiorino, proprio, proprio l’ultimo! Io vinsi e dopo venti minuti uscii dal casino con centosettanta fiorini in tasca. Questo è un fatto! Ecco cosa può a volte significare l’ultimo fiorino! E se io allora mi fossi perduto d’animo, se non avessi saputo risolvermi?

Domani, domani tutto finirà!

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Il mio giudizio:

6 pensieri riguardo “Recensione/224 – Il giocatore (F. Dostoevskij)

    1. Grazie Daniela, sono contento che ti sia piaciuta la recensione; in effetti, ho trovato anche io un po’ di difficoltà quando l’ho iniziato, anche per i caratteri un po’ piccoli; non ci capivo nulla, mi sembrava tutto confuso, eppure poi sono riuscito a farmi un quadro della situazione, e ne è venuta fuori la recensione che hai letto. Grazie ancora! 🙂
      Buona giornata anche a te 😉

      "Mi piace"

    1. Ciao Loriana, mi fa piacere che la mia recensione ti sia piaciuta; a dire il vero, non credevo che mi potesse piacere questo romanzo breve; il rimando a Non ci resta che piangere non poteva essere evitato, visto che si parla di fiorini… Grazie a te per essere passata, sei sempre la benvenuta! ❤

      Piace a 1 persona

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