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Recensione/153 – Trilogia di New York (P. Auster)

trilogia old cover

Autore: Paul Auster

Titolo: Trilogia di New York

ISBN: 978-88-06 –17388 – 3

Editore: Einaudi

Dati: 1998, brossura, 314 pag.

Sinossi: Pubblicati tra il 1985 e il 1987, i tre romanzi che compongono questa “Trilogia” sono raffinate detective stories in cui le strade di New York fanno da cornice e palcoscenico a una profonda inquietudine esistenziale. “Città di vetro” è la storia di uno scrittore di gialli che “accetta” l’errore del caso e fingendosi un’altra persona cerca di risolvere un mistero. “Fantasmi” narra la vicenda di un detective privato che viene assoldato per tenere sotto controllo una persona, ma a poco a poco i due ruoli si scambiano e colui che doveva spiare diventa colui che viene spiato. “La stanza chiusa” racconta di uno scrittore che abbandona la vita pubblica e cerca di distruggere le copie della sua ultima opera.

trilogia new coverQuesta raccolta mi è stata regalata molti anni fa, sul finire degli anni Novanta. Fino ad allora non conoscevo questo autore, ma i tre romanzi racchiusi in questo volume mi sorpresero. È stato per questo che domenica ho acquistato – sempre dello stesso autore – Diario d’inverno, di cui vi ho parlato in questo articolo.

Quando mi è stato regalato questo libro, la copertina era quella che trovate sopra, insieme ai dati di riferimento; non molti anni fa l’Einaudi ha deciso di sostituire le costole che erano dello stesso colore del volume, rendendole tutte bianche. Non so il perché di questa decisione, mi viene da pensare che sia stato uno stratagemma per uniformare i libri, ma anche per dar loro un po’ di brio, visto che i titoli di ciascun volume sono scritti in colori diversi. Nel caso in questione è cambiata anche la grafica, ed oggi la copertina si presenta come vedete alla vostra sinistra. Per quanto mi riguarda, preferisco più quella dell’edizione che ho; non trovate che abbia un po’ più di fascino? Sempre ammesso che di fascino si possa parlare, è ovvio…

Il libro comprende tre racconti: in Città di vetro, si narra la storia di Daniel Quinn, un uomo cui viene recapitato un messaggio a tale Paul Auster (sì, avete letto bene, proprio l’omonimo dell’autore), e decide di farsi passare per lui. In questo modo conoscerà i personaggi implicati in questa storia, che in alcuni momenti ha un po’ dell’assurdo: alcune pagine sono autentici delirî, ma non per questo meno belle all’interno dell’intero romanzo.

È stato strano leggere quando il personaggio del libro incontra il vero Paul Auster; lo va proprio ad incontrare, per raccontargli che sta seguendo un caso fingendosi lui, cui era stata indirizzata questa richiesta. Ne descrive la casa, e mi sono chiesto se questa descrizione sia quella della casa dell’autore. Ad ogni modo, se – tra i due – in un primo momento si instaurerà un legame di quasi amicizia, dopo ne scaturirà una lite (abbastanza furiosa, direi), e da allora i loro destini non si incroceranno più.

Nel romanzo sono contenuti parecchi riferimenti letterari; più di una volta – tra le pagine – compaiono titoli di opere; e non vi nascondo che – ad un lettore indefesso come me – non può che avermi fatto piacere! 🙂 A proposito di riferimenti letterari, vi dirò di più: lo stile con cui è stato scritto questo romanzo mi ha ricordato molto quello di Jorge Luis Borges; e forse non è un caso che un personaggio (o almeno credo che ricopra questo ruolo) si chiami proprio Luis Borges; penso di poterlo affermare con quasi sicura certezza, visto che mi è capitato di leggere delle opere dello scrittore argentino, e ne sono rimasto affascinato. A rendere più emblematica questa similitudine contribuisce anche il fatto di aver scritto un romanzo principalmente narrativo, con i dialoghi ridotti pressoché  all’essenziale.

Fantasmi, invece, è una storia…. colorata! Per spiegarvi cosa voglio dire, vi lascio le prime due righe con cui apre il romanzo:

In principio c’è Blue. Più tardi c’è White, e dopo ancora Black, e prima del principio c’è Brown.

Che ne dite? Non c’è male, vero? Non ho capito molto di questo racconto, principalmente perché è narrativa allo stato puro, senza neanche un dialogo, e quei pochi che ci sono non sono evidenziati come dovrebbero (con il trattino, o con le virgolette all’inizio ed alla fine). Quello che si evince è che Blue è un investigatore, e deve tenere sotto controllo Black, mentre White è la promessa sposa di Blue, ma una sera viene vista da quest’ultimo abbracciata a Black.

Durante la lettura ho trovato un passaggio che mi ha ricordato due scene dell’inimitabile Frankenstein junior; la scena che trovate subito qui sotto non l’avevo inserita inizialmente, poi ho pensato che anche se con la prima spoilero un bel po’, se non l’avessi messa , probabilmente non vi avrebbe detto molto. Pazienza.

Ad ogni modo, questa è la prima:

e, di conseguenza, quella qui sotto è la seconda; forse avrei potuto ometterla, ma mi sembrano due fotogrammi, di cui l’uno non può esistere senza l’altro.

Infine, in La stanza chiusa Paul Auster ci fa conoscere subito Fanshawe, di cui – più avanti – l’autore narrerà dei tratti della sua vita, così da dare modo a chi legge di inquadrare meglio il personaggio. Ma al di là di questa amicizia, Fanshawe ha  numerose ferite nel cuore, causate da tutta una serie di drammi familiari. Poi – di punto in bianco –  l’uomo sparisce, e la moglie contatterà questo investigatore, affinché conduca questa indagine. Saranno stati tutti questi dolorosi ricordi, dai quali lui non riusciva più a liberarsi, che lo hanno portato a scomparire così, nel nulla?

Tornando un attimo all’investigatore, mi è parso che qui ci sia un rimando al romanzo di apertura; il narratore, infatti, afferma che – in precedenza – la moglie dello scomparso si era rivolta ad un tale Quinn: ho subito pensato al personaggio di Città di vetro. Se fosse lo stesso, allora tra il primo romanzo e quest’ultimo ci sarebbe una liaison, che è stata bruscamente interrotta dal secondo. Non vi nascondo che, in fondo, mi piacerebbe che questo collegamento esistesse, anche se non ho idea di quale potrebbe essere.

alla muta, quasi passiva accettazione delle conseguenze.

Sfogliando questo racconto, oggi, ho sottolineato la frase che trovate qui sopra, perché mi ricordava qualcosa; quasi  sicuramente si tratta di un’opera letteraria, ma non mi ricordo più quale, scusatemi! 🙂 Ad ogni modo, a proposito di riferimenti letterari, l’opera cui Auster fa particolare riferimento è Walden, di Henry David Thoreau. Se non lo avete letto, dategli una possibilità, io l’ho trovato molto bello!

Ma se quanto lo scrittore/narratore ha narrato finora è vero, è vero anche che questo era solo il prologo!… Dopo le pagine lette finora, quella che idealmente costituisce la seconda parte del romanzo si apre con il vero sentimento che sboccia tra il narratore e la moglie di Fanshawe, la quale fa capire a quanto tempo risalga la loro conoscenza, ma si ignora se già 42 anni fa Fanshawe e la moglie fossero già sposati, oppure no (e se è stato detto, io non l’ho capito). E poi, ancora: tra la moglie di Fanshawe ed il narratore la scintilla scoccò fin da subito, oppure no?  Non è dato saperlo. Ad ogni modo, la frase cui faccio riferimento è la seguente:

[…] sei entrato per la prima volta da quella porta il 25 novembre 1976 […] …è stato il giorno più importante della mia vita.

Ma queste pagine assumeranno un carattere ben definito quando il narratore troverà un elemento che cambierà il suo carattere, ed il tenore del romanzo apparirà forse un po’ più cupo, ed il lettore assisterà ad un giro di boa nella narrazione; Fanshawe sembra prendere il sopravvento nella mente del narratore, al punto da creare divergenze tra lui e sua moglie, che li porterà a vivere un periodo di solitudine, per ricolmare quel vuoto che si era venuto a creare

Infine, proprio sul finire di questo romanzo il lettore capisce due cose essenziali: sulla prima non voglio fare spoiler, preferendo che la scopriate da soli; per quanto riguarda la seconda, l’autore – con un’ unicaa frase – svelerà al lettore che questi tre scritti costituiscono un’unica narrazione:

In sostanza, le tre storie sono una sola, ma ognuna rappresenta un diverso stadio della mia consapevolezza.

Giudizio: ragnettoragnettoragnettoragnettoragnetto

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