Due saggi sul riso scritti da Jacques Le Goff

I saggi che presento qui sono gli ultimi presenti all’interno del libro I riti, il tempo, il riso, che raccoglie al suo interno articoli del medievalista Jacques Le Goff (1924-2014). Ho acquistato questa raccolta, prendendo spunto dalla bibliografia presente all’interno del volume Anime con il naso rosso.

Poiché l’argomento trattato è comune, e nel secondo lo storico riprende ed amplia concetti espressi nel primo saggio, faccio una recensione unica, ma prima riporto qui sotto gli ambiti in cui sono stati pubblicati, per poi affrontarne la recensione:

IV Saggio: Ridere nel Medioevo (Rire au Moyen Age) è apparso per la prima volta in «Cahiers du Centre de Recherches historiques», École des hautes Études en sciences sociales, 3 aprile 1989, pp. 1-14

V Saggio: Le rire dans les régles monastiques du haut Moyen Âge. Culture, éducation et société è apparso per la prima volta in Mélanges Pierre Richet. Haut Moyen Âge. Culture, éducation et société, Nanterre, 1990, pp. 93-103.

L’autore fa iniziare questa interessante storia del riso affermando che è un tema così interessante, da meritare di essere discusso all’interno di uno studio storico; ed è quello che fa nelle pagine seguenti, attribuendo a questo fenomeno l’etichetta di fenomeno sociale. Sociale a tal punto che anche personalità del calibro di Henry Bergson e Sigmund Freud se ne sono occupati; il primo, avvalorando la convinzione dell’aspetto sociale del riso; il secondo confermando le affermazioni di Bergson.

Ridere, però, non presuppone un atto a sé stante; per far sì che si verifichi una risata, occorre che questa condizione sia determinata da un gruppo di almeno due, o tre persone: da un lato deve esserci chi fa ridere, dall’altro ci sarà colui che ride, dall’altro ancora ciò di cui si ride; ma non è escluso, che possa ci anche colui/coloro con cui si ride.

Partendo da questo presupposto, lo storico afferma che il riso deve avere una storia.

E in questa storia del riso, Le Goff inizia a trattare l’argomento nella sua interezza, prendendo spunto da altri autori, più o meno noti, e più o meno appartenenti alla nostra epoca, per analizzare questo fenomeno della storia del riso, ponendo da un lato le documentazioni che si hanno su questo fenomeno; dall’altro le manifestazioni del riso.

Il saggio, a questo punto si snoda su tutta una serie di volumi ed articoli cui l’autore fa riferimento, fino ad arrivare al Medioevo, ambito di competenza dell’autore: periodo di cavalieri, dame, signori, ma anche conventi. È proprio in questi luoghi che – in questo lungo arco di tempo – i frati hanno dato un loro contributo alla causa del riso:

  • Clemente Alessandrino nel suo Il Pedagogo condanna il riso, reputandolo un atto da buffoni, che conduce a fare cose basse, sciocche; in base a questo assunto, prevede una regolamentazione del riso, affermando che, più che il riso, ad essere lecito deve essere solo il sorriso. In quest’opera, inoltre, utilizza il termine eutrapelía per definire gli scherzi grossolani, e definendo malefico il riso.
  • San Basilio si occuperà della questione della repressione del riso, pubblicando le Grandi regole, e le Piccole regole.  Nel primo di questi due libri, il riso rappresenta un piacere carnale, scaturito dal peccato (riso → piacere carnale →peccato); nelle Piccole regole, invece, l’autore assumerà un atteggiamento più determinato arrivando a condannarlo .
    Oltre a questa questione, san Basilio si occuperà anche di definire la domanda principale che Le Goff aveva suscitato nel primo dei due saggi, e che non è rimasto confinato nell’ambito ristretto dei monasteri, ma ha avuto modo di propagarsi, fino ad arrivare nelle università: Nella sua vita terrena, Gesù ha mai riso?
  • San Girolamo prende a prestito Efesini, 5, 4  [il passo cui si fa riferimento lo trovate poco più sotto],  sostituiendo al termine eutrapelía  quello di  jocularitas, ad indicare il linguaggio vile.

4 né disonestà, né buffonerie, né facezie scurrili, che son cose sconvenienti; ma piuttosto, rendimento di grazie. 

Ma il Medioevo è anche il secolo delle grandi questioni legate al tema del riso.

La prima, suscitata poco più sopra: Nella sua vita terrena, Gesù ha mai riso?

È un interrogativo interessante che, piuttosto che restarsene rinchiuso in ambito monastico, ha avuto modo di propagarsi anche in ambienti universitari. Sarà San Basilio (autore delle Grandi regole e delle Piccole regole) a risolvere la questione. Influenzato dalla enkráteia (dal greco: moderazione), afferma che ridere va bene, però in maniera moderata. Per quanto riguarda, invece, l’interrogativo, nella Piccole Regole afferma che Gesù ha condannato aspramente coloro che ridevano; di conseguenza non esistono ambiti in cui il cristiano possa ridere.

Sulla falsariga della prima, ne scaturisce una seconda: I monaci ridevano? 

A questo proposito viene in aiuto san Sulpicio, il quale offre la sua testimonianza riguardo fra Martino (fra Martino di Porres, domenicano – aggiunta mia), il quale si offriva regolarmente per svolgere i lavori più umili (ad esempio, suonare le campane. La canzoncina che ci è insegnata da piccoli,Fra Martino campanaro, parla proprio del frate dell’Ordine dei Predicatori – aggiunta mia). Ma oltre a rendersi umile, il comportamento di fra Martino era portato verso la penitenza e l’umiltà, che lo rendono un martire del riso. (A proposito di umiltà, bisogna dire che questa attitudine contraddistingue l’Ordine dei Predicatori, i quali ne portano il segno anche sul loro abito: pur indossando l’abito bianco, che contraddistingue la purezza, nelle occasioni solenni sogliono indossare la cappa [il mantello con cappuccio] nera, che è il colore proprio dell’umiltàaggiunta mia)

Con la condanna – da parte del cristianesimo – del mimo/attore comico/buffone, si delinea, dunque il ritratto di un uomo che non ride, il monaco, che sarà identificato con il termine «colui che piange».

Oltre a san Sulpicio, dunque, gli altri frati che hanno parlato del riso sono:

  • Giovanni Cassiano, autore delle Institutiones cenobitiche, in cui – tra tutti i segni dell’umiltà monastica, il nono ed il decimo sono da ascriversi alla rappresentazione di lingua, voce e riso.
  • san Ferreol d’Uzès, che nella sua regola afferma che è dovere del monaco ridere raramente; lo stesso si afferma nella regola, rielaborazione di quella di quella di Agostino, che a sua volta era ispirata a quella di san Benedetto: bisogna astenersi dallo scherzo e dal riso immoderato, si afferma nel cap. 37
  • San Colombano, invece, prevede pene severe per chi ride.
  • San Benedetto, nello stipulare la sua Regola, fa riferimento al riso quattro volte: nel capitolo IV, in cui il riso è proibito due volte; sia se è associato a pensieri cattivi, sia se è troppo frequente. In questo caso san Benedetto afferma che non bisogna pronunciare termini che lo provochino; nel capitolo VI, parlando della taciturnitatis, in cui fa riferimento di nuovo alla condanna del riso; nel capitolo VII, riguardante l’umiltà, per il santo il decimo grado riguarda il non farsi coinvolgere dal riso.

Se fino al XII secolo si erano fatti passi interessanti nell’affermazione del riso, con l’avvento del XIII secolo, la Scolastica farà un passo indietro, ricercando i due tipi di riso, quello buono e quello cattivo, ripristinando i legami tra riso e gioco (homo ridens e homo ludens), condannati dall’alto Medioevo.

Il riso è proprio dell’uomo, affermava Aristotele, ed è proprio da questo assunto che è stato coniato il termine homo risibilis, non inteso come uomo che si rende ridicolo, bensì l’uomo cui il riso è la sua caratteristica principale.Tenendo conto di ciò, allora, se Gesù in vita sua non avesse mai riso, questo non sarebbe una peculiarità propria dell’uomo; se – invece – fa parte dell’uomo, allora chi ride, esprime meglio il suo modo di essere.

Nell’epoca di cui parla lo storico, il riso era considerato un atto diabolico; è per questo che, in questo lungo arco di tempo, questa pratica ha visto svilupparsi, intorno a sé, tutta una serie di atteggiamento: partendo da un iniziale netto rifiuto imposto dalla Chiesa, dal XII secolo questo fenomeno viene arginato e controllato, per poi essere classificato.

È da poco iniziato il 1200, quando tra il 1220 ed il 1240,  si diffondono tutta una serie di testi su questo argomento, alcuni dei quali scritti da Tommaso d’Aquino ed Alberto Magno (tutti e due Frati Predicatori), per poi continuare con san Luigi, il re dei Francesi, il quale era circondato da un éntourage di domenicani e francescani, e soprannominato rex facetus, sebbene il primo sia stato Enrico II. A partire da san Luigi, il riso diverrà uno strumento di governo.

Ma il riso, senza la gestualità ed i movimenti del corpo non ha molto senso; per mettere in evidenza il suo pensiero a riguardo, Le Goff fa riferimento ad un testo di Marcel Mauss (1872-1950), ed al suo articolo Les techniques du corps.

Il riso è un fenomeno che si esprime nel corpo e attraverso il corpo; ma, cosa stupefacente, una gran parte degli autori che si sono occupati del riso, storici, storici della letteratura o anche filosofi, Bergson e anche Freud, praticamente non si interessano a questo aspetto corporeo, che mi pare essenziale. La codificazione del riso, la condanna del riso nell’ambiente monastico derivano, almeno in parte, dal suo pericoloso legame con il corpo.   

Ma all’interno delle regole monastiche, nel V secolo il riso rappresenta il modo peggiore per rompere il silenzio. Nel secolo successivo, invece, dal silenzio si arriva all’umiltà, con san Benedetto. Sarà Gregorio Magno a porsi in contrasto con il corpo, definendolo  l’abominevole veste dell’anima.

Il Medioevo, lo sappiamo tutti, è stato sempre classificato come un periodo buio; questa oscurità la si riscontra anche nella convinzione che il riso rappresenti in tutto e per tutto un atto diabolico, e che occorra reprimere questo istinto quando si sta per ridere; questo assunto mostra quanto il riso sia la peggior espressione che viene dalla bocca.

Addentrandosi in un campo più specifico, quello della psicanalisi, Le Goff cita Sigmund Freud, il quale ha avuto modo di occuparsi di questo tema, arrivando a distinguere tre generi di riso:

  • battuta
  • comicità
  • humour

Ma è anche riuscito ad enunciare tre teorie in merito:

  1. la teoria della superiorità (per cui chi ride domina, attraverso il riso, l’interlocutore)
  2. la teoria dell’incongruità (il riso nascerebbe da qualcosa che non è parte integrante della natura)
  3. la relief theory (secondo cui tutte le situazioni che producono riso sono piacevoli, in quanto producono energia psichica)

Quando si sofferma a fare un’analisi della Bibbia, il Libro per eccellenza, Le Goff evidenzia il fatto che al suo interno, si trovino due tipi diversi di riso; il primo, sâkhaq, che rappresenta il riso gioioso; il secondo, lâag, che – invece – è un riso denigrante. Mettendo a confronto questi due tipi di riso, ci si accorge che è proprio il primo tipo di riso che dà il nome ad Isacco, il figlio di Abramo e Sara; racconta così l’episodio biblico dell’Antico Testamento; la stessa distinzione tra due generi di riso la troviamo nella lingua greca, dove gelân è il riso buono, mentre katagelân quello cattivo. Questa distinzione non si ritrova nella lingua latina per cui esiste, indistintamente, il termine risus.

 

 

 

 

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