Recensione/70 – San Domenico di Guzman. (p. Raimondo Spiazzi, O.P.)

Spiazzi

Titolo: San Domenico di Guzman. Biografia di un uomo riconosciuto dai suoi contemporanei come “tutto evangelico”

Autore: p. Raimondo Spiazzi O.P.

Editore: Edizioni Studio Domenicano

Dati: 1999, 591 pag.

In questo libro, p. Raimondo Spiazzi O.P. mette a fuoco la figura di San Domenico, il Fondatore dell’Ordine dei Predicatori, realizzandone un ritratto a tutto tondo.

Si può dire che la vita di Domenico abbia avuto origine da un sogno. Sembra impossibile, eppure è così. In effetti una notte, sua madre, Giovanna d’Aza, ebbe in sogno la visione di un cagnolino che in un momento di sconvolgimento storico, andava in giro con una fiaccola in bocca. Ed in effetti, si può dire che in vita sua, Domenico di Guzman abbia in effetti incendiato il mondo, prodigandosi prima per vedere confermato il suo Ordine, con una Bolla Papale del 1216, ratificata da Onorio III, poi per espandere la sua dottrina. La vicenda di San Domenico inizia dal Languedoc, zona del sud della Francia, territorio in cui era andato per contrastare l’eresia albigese.

In un’epoca di sconvolgimenti sociali e storici, in cui la donna giocava un ruolo di gran lunga subordinato a quello dell’uomo, a Domenico si deve il merito di iniziare la sua predicazione proprio dalle donne, con la fondazione di un convento a Prouille. A questo, poi, si sono succeduti numerosi altri conventi, sia in Europa che in Italia. Sono tempi difficili quelli in cui Domenico vive, ma lui non si dà per vinto, e nell’arco della sua esistenza, compie numerosi viaggi in Italia e in Europa, a fondare o “prendere possesso” di nuovi conventi presso cui far risiedere i suoi frati. Numerosi sono stati i suoi viaggi, in solitaria, o con al seguito i suoi frati. Viaggi che a soli cinquant’anni lo porteranno alla morte. Dante stesso, nella Cantica del Paradiso, definisce il Santo di cherubica luce uno splendore.

Di san Domenico si dice che parlava con Dio, e di Dio. Questo per dire che per lui il rapporto con il Padre Celeste era al di sopra di tutto; da Lui Domenico traeva ispirazione su come muovere i suoi passi nel territorio italiano ed europeo. Proprio perché considerava di grande importanza il dialogo con Dio, Domenico dava molto spazio alla preghiera, personale e contemplativa; ciò facendo, si privava delle preziose ore di sonno; più volte infatti, suoi frati lo trovavano già in chiesa quando si riunivano per la recita del Mattutino; i suoi biografi affermano anche che in quei pochi momenti che concedeva al riposo, si sdraiasse sul freddo pavimento. Queste affermazioni sono confermate negli Atti dei Processi di canonizzazione di Tolosa e di Bologna.

Penso sia doveroso dedicare qualche parola al modo in cui è nato il motto dei Frati Predicatori.

La vicenda risale al 1220, quando Corrado di Urach si trova a Bologna; gli viene dato un messale, e quando lo apre, si trova di fronte alle seguenti parole: Laudare, Benedicere, et Praedicare. Una volta chiuso il messale, meditò a lungo su queste parole in cui trovava una sensazione di segretezza. Riteneva, inoltre, che quei verbi rappresentassero la chiave di interpretazione del ministero dei Frati Predicatori. Verbi che lo porteranno a chiedere di far parte di loro.

Quelle auguste parole – Laudare, Benedicere, et Praedicare – fatte sue anche da Giordano di Sassonia nella risposta a chi gli chiedeva quale era la vocazione dell’Ordine, sono rimaste nella tradizione spirituale e pastorale domenicana. Sono diventate il motto dell’Ordine. Si trovano sotto lo stemma, in molti dipinti, su architravi e facciate di chiese e conventi. Esse esprimono bene l’ideale, il carisma e il programma di Domenico, la “via” tracciata da lui per i suoi figli.

Per concludere questa recensione, penso sia utile condividere un brano tratto da un b rano dell’elogio di San Domenico, fatto dal p. Lacordaire, che è possiblie leggere nell’epilogo di questo saggio biografico:

Il giorno lo dava tutto al prossimo, la no a Dio. […] Soleva passare in chiesa tutto il tempo del riposo; mai aveva un letto, o molto raramente dove coricarsi. Pregava e vegliava nelle tenebre fino a che la fragilità del corpo glielo concedesse; e quando la stanchezza lo costringeva finalmente al riposo, dormiva un poco dinnanzi a qualche altare o in altra parte della chiesa, appoggiando la testa , come il patriarca Giacobbe, sopra una pietra, per poi riprendere col solito fervore la vita dello spirito. […] C’era ancora una cosa che lo rendeva amabile a tutti, la semplicità de’ suoi modi, in cui neppur l’ombra della finzione o della doppiezza mai appariva

[dall’Epilogo, stralci dall’elogio del p. Lacordaire, O.P.]

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