Idea!

Qualche giorno fa scrissi qui che mi avevano dato da scrivere un testo che come tema avesse una porta socchiusa… Ancora non so bene come riuscirò a farcela entrare, ma ho deciso che raccono scrivere: voglio infilarci dentro un po’ di mistero.

Già una volta ne scrissi uno, ma poi devo averlo eliminato involontariamente. Ecco: l’idea è di ripescare con la memoria quel racconto (per fortuna dei ricordi li ho) e modificare la seconda parte del testo.

Insomma, ho deciso di ripartire da lì, e cercare di dare un nuovo impulso alla storia, sperando di riuscire ad incastrare bene il fattore porta socchiusa… magari potrebbe essere la volta buona! 😉

Naturalmente, l’ambientazione sarà la stessa del precedente: Torino! 🙂

L’ambientazione del precedente era Torino perché, in qualche modo volevo vendicarmi di un po’ di cose…

Sto scrivendo…

Nulla di particolare, finora; sono tutti esercizi di scrittura che mi danno da fare delle amiche, visto che è un periodo in cui non ho molta fantasia con le parole da scrivere su un foglio bianco: alcune di queste amiche sono “residenti” qui, come ad esempio Daniela, oppure Elena e Laura, che ringrazio qui pubblicamente; loro mi suggeriscono tracce, argomenti, da svolgere. Non crediate che sia una cosa banale; al contrario, vi assicuro che mi è molto utile, perché mi permette di far sbizzarrire la fantasia, e perdermi nei meandri di mille e più scenari che riesce a partorire la mia testa.

Inoltre, da qualche giorno a questa parte è entrata a far parte di qusto entourage un’altra amica, conosciuta qualche anno fa ad una manifestazione libraria qui a Roma. E non mi darà semplici tracce da svolgere, ma veri e propri racconti da scrivere; il tema sul quale scrivere il racconto me lo dà lei. 🙂

Questa ragazza, infatti sostiene che per me sia importante fare pratica con il narrato. Non le posso dare torto, in effetti è qualcosa di cui ho bisogno, se voglio davvero scrivere qualcosa di serio e, aggiunerei, decente.

Quindi tra non molto avrà inizio questa nuova avventura; non vi nascondo che sono molto contento!

Il tema del primo racconto da scrivere ha a che vedere con la porta socchiusa.

fonte: narrabilando

Recensione/231 – L’amante nello specchio (P. B. Lawrence)

Sinossi: È possibile amarsi prima ancora di conoscersi? E provare tutti i sintomi dell’innamoramento senza avere un fidanzato in carne ed ossa?
L’amante nello Specchio risponde a queste domande raccontandoci un momento particolare della vita di Luna Capecchi. La sua migliore amica, Bianca, ha incontrato l’uomo dei suoi sogni, indossa un brillante sull’anulare sinistro, e sta per convolare a nozze. Luna, invece, è sola da molto tempo, e la vita comincia a sembrarle sempre più monotona e vuota, soprattutto confrontata a quella dell’amica, piena di magia e d’amore. A forza di sentire i racconti di Bianca e di frequentare la ‘coppia perfetta’, Luna finisce per sentirsi innamorata anche lei: testa fra le nuvole, farfalle nello stomaco… ma senza avere un fidanzato reale. Proprio allora, avvenimenti particolari e coincidenze surreali cominciano ad aver luogo nella vita di Luna, e si amplificheranno a dismisura quando lascerà le campagne toscane e partirà alla volta delle Highlands scozzesi – che da sempre desidera visitare e che esercitano su di lei un potente richiamo – per fare da testimone di nozze al matrimonio dell’amica. Tra immaginazione e realtà, alla fine anche Luna troverà la sua anima gemella in carne ed ossa?

Pubblicato inizialmente nel 2017 con lo pseudonimo di Paulina B. Lawrence, edito nuovamente nel 2020 col vero nome dell’autrice, Barbara De Filippis. L’Amante nello Specchio è forse il più magico dei romanzi della stessa autrice, e vi farà sentire innamorati fin dalle prime pagine. All’apparenza, L’Amante nello Specchio è un semplice romance – a metà strada tra un New Adult e un Fantasy, pervaso anche da un filo sottilissimo di ironia – sulla ricerca dell’anima gemella e sui segnali che l’Universo ci manda per aiutarci a trovarla, anche tramite i libri che scegliamo di leggere: uno scritto insomma per romantici veri. Ad un livello più profondo, scopriamo un romanzo vero e proprio che analizza alcuni temi intrecciandoli tra loro, tra cui quello del gioco del riflesso dell’altro che cerchiamo dentro di noi e che di noi stessi proiettiamo sull’altro – sia in amicizia che in amore; quello dell’uso insolito che si può fare dei sensi per conoscere chi e cosa ci circonda; quello della solitudine come viaggio alla scoperta di sé; e infine anche quello degli opposti che riescono in ultimo a fondersi in un quadro perfetto.
Buona lettura a tutti, sia a chi si soffermerà sulla storia d’amore, che a chi andrà oltre il velo.

Il mio pensiero:

Non so come definire questo libro, se un romanzo, oppure una favola: di sicuro, però posso dire che mi ha fatto sognare. Ne ho iniziato la lettura una sera, e per qualche tempo l’ho portato avanti solo nell’ultimo momento della giornata, ma il coinvolgimento che mi lasciava era troppo, e desideravo continuarne la lettura, quasi in maniera vorace.

Il libro racconta la storia di Luna, amante della letteratura e single da sempre, che un giorno va in Scozia per assistere al matrimonio della sua migliore amica. E proprio lì le accade qualcosa di davvero speciale. Un giorno, prendendo in prestito un libro dalla biblioteca del castello dove si terrà il matrimonio, scopre nelle frasi dei vari poeti, tutta una serie di aforismi che le calzano a pennello con la sua situazione personale e sentimentale; inoltre, ogni notte riceve la visita “a domicilio” di due occhi azzurri, i quali le si palesano… attraverso lo specchio nella sua camera!

Di primo acchito può sembrare sorprendente, vero? Eppure è quel dettaglio che inizia a catturare pian piano l’attenzione del lettore, e non lo lascia più, tanto è il desiderio di andare avanti nella storia, e di scoprire chi sia l’uomo che si cela dietro al vetro dello specchio. Io stesso, pur leggendo inizialmente il libro solo di notte, per tutto l’arco della giornata restavo con il tarlo della curiosità, ansioso di riprendere il Kindle per continuare di nuovo la storia.

Ho scritto che il libro può essere paragonato ad una favola, perché in effetti è un po’ quello che è: in effetti l’inizio fa pensare molto che si tratti di qualcosa di simile, anche se poi alla fine il linguaggio quasi si stabilizza, ma resta di sottofondo per tutta la lettura una sensazione di magia, suscitata da tutti gli avvenimenti.

Molto bello è il momento in cui Luna e l’ignoto dagli occhi blu si incontrano, di notte: è stato un momento, questo, in cui mi sono ritrovato quasi a tastare con mano quel sentimento impalpabile che stava nascendo tra i due; altrettanto bello e non privo di fascino è il momento in cui i due si incontrano al matrimonio di Bianca, la migliore amica, di Luna: finalmente, dopo molti incontri “furtivi”, i due sono finalmente in sé, come scrive l’autrice, e non penso che l’uso di questa terminologia possa essere spiegata in altro modo.

L’amante nello specchio non è una lettura banale, ma è un libro che fa sognare, e che porta il lettore in un mondo forse un po’ distante da quello di tutti i giorni, ma che di sicuro lascerà nell’animo di chi legge tante emozioni!

Il mio giudizio:

Recensione/230 – Tutte le ragazze avanti! a c. di Giusi Marchetta)

Autore: Autori vari

a cura di: Giusi Marchetta

Titolo: Tutte le ragazze avanti!

ISBN: 9798703742402

Editore: Add editore

Prima ed: 2021

Prezzo cartaceo: € 10, 45

Prezzo ebook: € 4,99

Dati: pag. 158, 2021, brossura

Sinossi: Durante i concerti dei Bikini Kill, Kathleen Hannah urlava sempre dal palco: “Tutte le ragazze vengano avanti!”. Solo dopo la band cominciava a suonare. Così, in un mondo abituato a escluderle, riservava alle ragazze un posto in prima fila da cui osservare lo spettacolo, ascoltare la musica, partecipare al concerto cantando la propria rabbia e la semplice gioia di esserci tutte. Ci siamo chiesti cosa significhi essere femminista, oggi, in Italia. Abbiamo trovato undici risposte di giovani intellettuali e artiste: essere guerriera fin da bambina come Giulia Gianni; sfidare i limiti imposti dalla società con l’obiettivo di essere libera come Lucia Brandoli, essere adulta dopo un’adolescenza passata in una provincia che ti immagina solo moglie e madre come Giulia Perona. Femminista è anche il modo di guardare e “leggere” le serie televisive come fa Marina Pierri o lo sguardo con cui si attraversa il mondo del lavoro, per essere emancipata come raccontano Giulia Cavaliere e Claudia Durastanti, che nel suo essere scrittrice riflette sulle storiche ondate del femminismo che si sono incrociate con le battaglie per i diritti umani. La storia di questo femminismo moderno passa anche attraverso il corpo, in quell’essere cicciona, lanciato contro le ragazze come uno stigma e annientato da Marta Corato e presente anche nelle parole di Giulia Blasi che invita ogni ragazza a riscoprire il proprio diritto a esistere, a essere intera. Filo conduttore del libro è la convinzione che le cose possano cambiare. Bisogna crederci ed essere attivista come Maria Marchese o come Marzia D’Amico che indica un mondo in cui essere sorella significa andare avanti tutte insieme, proprio come Giulia Sagramola disegna in copertina e nel suo contributo a fumetti. Questo libro è una lettera aperta a chi vuole confrontarsi con la parità di genere, i diritti umani, il mondo del lavoro e quello delle relazioni. Alle lettrici, ai lettori rivolgiamo le stesse domande che ci siamo fatte noi, per aggiungere alla nostra, la loro voce.

Il mio pensiero: Ho trovato molto interessante questo testo, perché mi ha fatto entrare un po’ più in contatto con il femminismo; movimento di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai approfondito; queste letture, invece, mi hanno fatto scoprire un mondo nuovo, con cui mi sono sentito anche affine per il pensiero e le tematiche trattate, a dir la verità. Ho parlato di letture, perché questo testo racchiude dei testi scritti da giovani donne; giovani perché – dalla breve biografia alla fine del loro contibuto – si può vedere che sono tutte nate tra la metà degli anni Ottanta e il Duemila. Mi verrebbe da dire: «complimenti!», perché non pensavo che una convinzione del genere si potesse affermare così presto nel coscienza di una donna.

Questo testo mi ha fatto capire che alla base del femminismo c’è un mondo: a partire da tutta una serie di testi, o di film (tra l’altro, ho trovato molto accurata una delle letture, in cui l’autrice, che lavora nel campo della cinematografia, parla di film, all’interno dei quali si possono trovare tematiche femministe), fino a salire e a vedere coni propri occhi quelle differenze che fanno divergere l’uomo e la donna; tanto per fare un esempio, il differente stipendio che percepiscono, ma dietro c’è tanto altro ancora. Leggendo queste pagine, inoltre, sono venuto a conoscenza di due “generi” di femministe nella storia; quelle bianche e quelle nere; non ho ben capito in base a cosa sia stata fatta questa distinzione, che tra l’altro è solamente accennata, ma mi ha rimandato ai tempi della lotta tra i Guelfi ed i Ghibellini nella Firenze del 1200.

In sintesi, ho trovato questo testo molto interessante e scorrevole.

Il mio giudizio:

Recensione/229 – Una stanza tutta per sé (V. Woolf)

foto mia

Autore: Virginia Woolf

Titolo: Una stanza tutta per sé

ISBN: 978-88-07-82224-7

Editore: Feltrinelli

Prima ed: 2005

Seconda ed.: 2011

Prezzo cartaceo: € 7,50

Dati: pag. 156, 2011, brossura

Sinossi: Nell’ottobre del 1928 Virginia Woolf viene invitata a tenere due conferenze sul tema “Le donne e il romanzo”. È l’occasione per elaborare in maniera sistematica le sue molte riflessioni su universo femminile e creatività letteraria. Il risultato è questo straordinario saggio, vero e proprio manifesto sulla condizione femminile dalle origini ai giorni nostri, che ripercorre il rapporto donna-scrittura dal punto di vista di una secolare esclusione, attraverso la doppia lente del rigore storico e della passione per la letteratura. Come poteva una donna, si chiede la scrittrice inglese, dedicarsi alla letteratura se non possedeva “denaro e una stanza tutta per sé”? Si snoda così un percorso attraverso la letteratura degli ultimi secoli che, seguendo la simbolica giornata di una scrittrice del nostro tempo, si fa lucida e asciutta riflessione sulla condizione femminile. Un classico della scrittura e del pensiero.

Il mio pensiero: Il libro è stato scritto nel 1928, e pubblicato l’anno successivo; queste pagine raccolgono una serie di saggi sul tema della  letteratura al femminile, che la scrittrice tenne a Cambridge. Il testo è diviso in sei capitoli

Dopo un preambolo in cui viene spiegato ciò di cui tratterà questo testo, ecco la prima cosa strana: non è Virginia Woolf a narrare quanto seguirà, bensì un’altra persona, evidentemente uno pseudonimo:

Eccomi dunque (chiamatemi Mary Beton, Mary Seton, Mary Carmichael o come meglio vi piace, non ha importanza)

Se il fatto del nome lascia alquanto perplessi, altrettanto lo fa la città dove la nostra narratrice si trova: Oxbridge.

Ciò premesso, il primo capitolo, a mio avviso, rappresenta una sorta di introduzione, all’interno della quale l’autrice prende per mano i suoi “spettatori”, facendo loro percorrere un viaggio attraverso la letteratura del suo secolo (ambito inizialmente esclusivamente maschile), attraverso le opere principalmente di Thackeray, ma anche Tennyson, Lamb, Christina Rossetti e tanti altri, dando modo ai suoi spettatori di deliziarsi della loro poesia, traendone delle citazioni. Forse, quasi a voler “stemperare” un viaggio principalmente letterario, che potrebbe essere “noioso” per i suoi lettori, la Woolf inserisce quelle che definirei “scene da esterno”. Ci sono, infatti, all’interno del capitolo delle digressioni, in cui l’autrice sembra uscire dal seminato, quasi a voler far respirare chi sta seguendo il suo discorso, per poi tirare di nuovo i remi in barca, e rientrare sulla via di cui aveva già tracciato il solco.

Nel secondo capitolo, l’unità di luogo cambia: la protagonista si trova a Londra, all’interno di una stanza, dotata di una finestra, all’interno della quale c’è una scrivania, su cui è poggiato un foglio che riporta il titolo Le donne e il romanzo, scritto tutto in caratteri maiuscoli. Anche in questo capitolo, la protagonista fa delle incursioni nel dehors, descrivendo immagini esterne alla stanza cui fa riferimento il titolo del libro; si possono leggere, infatti, immagini di lei che è seduta sulle sponde di un fiume, oppure a fare colazione, ed altre ancora. Tutte, però, sempre in compagnia del suo diario e della sua penna.

In questa parte del saggio, l’autrice focalizza l’attenzione sulla differenza esistente tra uomo e donna: il primo, dotato di “potere”, la seconda trattata come un essere di poca importanza, ed è questo che fa montare la rabbia alla nostra autrice. Ad ogni modo, la scrittrice dimostra, avvalendosi della figura di uno specchio, che se dall’uomo la donna non è rispettata, la donna può prendersi una rivincita: infatti,

(…) se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce; l’uomo diventa meno adatto alla vita.

Lo specchio, va da sé, mostra il doppio dell’uomo, quasi a volerne indicare la superiorità, che però scompare se messa a confronto con quanto afferma la donna.

Questa seconda parte del saggio si svolge nell’arco di una giornata; e quella giornata che era iniziata con un animo turbolento, e forse anche un po’ polemico, assume tutto un altro risvolto:

Londra era incredibilmente cambiata fin dal mattino. Era come se quella grossa macchina, dopo la fatica di tutto un giorno, fosse riuscita con il nostro aiuto a fabbricare qualche metro di qualcosa di molto eccitante e molto bello; un fiero tessuto splendente, dagli occhi rossi; un mostro abbronzato e ruggente dall’alito caldo. Perfino il vento sembrava stendersi come una bandiera, mentre sferzava le case e faceva vibrare le palizzate.

Proseguendo oltre, troviamo la nostra narratrice che sta vivendo un momento di ricerca, ed è così che inizia il terzo capitolo; tra queste pagine la nostra narratrice va alla ricerca della condizione della donna nelle epoche precedenti; la troviamo alle prese con il volume Storia dell’Inghilterra del professor Trevelyan; da questa ricerca ne nascono pagine in cui il concetto principale di cui il lettore viene a conoscenza è che la donna non era adatta a scrivere, ma era funzionale ad essere oggetto dell’uomo.

Ma perché la donna è destinata ad essere oggetto dell’uomo? Ecco, allora che la nostra narratrice fa un confronto con altre opere di altri autori, a cominciare da quelle di Shakespeare fino ad arrivare a Tolstoj, Ibsen ed altri ancora, e quello che ne ricava sono tutti nomi di donne che avevano carattere. Sì, ecco: carattere e personalità: attributi che mancano totalmente nelle donne moderne:

(…) non sono affatto i nomi di donne che mancassero di “personalità” e di “carattere”(…) Nella realtà, come osserva il professor Trevelyan, veniva rinchiusa, picchiata e maltrattata nella sua stanza.

Dunque, la donna è un essere insignificante e si annoverava tra i beni materiali del marito.

Se ad un uomo scrivere era permesso, non lo era altrettanto per le donne. Virginia Woolf  enumera le cose negative di una donna: al primo posto, naturalmente c’è quella di non avere una stanza tutta per sé; in secondo luogo c’è l’indifferenza del mondo, che agli occhi delle donne diventa ostilità:

Il mondo non diceva loro, come agli altri scrittori: Scrivete se volete, per me è esattamente lo stesso. Il mondo diceva ridendo: Scrivere? A cosa vi serve scrivere?

Più avanti, nella narrazione, la nostra narratrice fa comparire tre figure importanti dell’Ottocento per far capire meglio la lotta delle donne per la loro affermazione: Lady Wichelsea, Margaret di Newcastle e, per finire Aphra Behn.

Della pima, cita numerosi passaggi delle sue poesie, dalle cui righe appare evidente quanto fosse indignata per la condizione della donna. Quelle che l’autrice cita sono parole piene di risentimento, ma anche di tanta voglia di potersi riscattare ed affermare.

Margaret di Newcastle, invece, era diversa da Lady Winchelsea, anche se ad unirle erano nobili e non avevano figli. Ad accomunare ancora queste due donne contribuiva il fatto che entrambe erano piene di rabbia per la loro condizione, ed anche che tutte e due amavano scrivere poesie. Di lei, Virginia Woolf scrive che era talmente sola, che poi si isolò del tutto.

Sarà Aphra Behn a rivoluzionare tutto:

[…] era una donna della classe media, che possedeva le plebee virtù dell’umorismo, della vitalità e del coraggio; una donna costretta dalla morte del marito, e da certe proposte sfortunate, a guadagnarsi la vita a forza d’ingegno. Doveva lavorare sullo stesso piano degli uomini. Faticando moltissimo, riuscì a guadagnare abbastanza per vivere.

[…] è in questo momento che ha inizio la liberazione della mente, o piuttosto la possibilità che un giorno o l’altro la mente diventi libera di scrivere ciò che meglio le pare

Ecco, infatti, che si arriva ad un punto di svolta per la donna:

Così verso la fine del Settecento avvenne un mutamento il quale, se io dovessi riscrivere la storia, mi sembrerebbe più importante che le Crociate o la Guerra delle rose, e meritevole di una più particolareggiata descrizione. La donna di classe media cominciò a scrivere.

Non solo, tra l’altro, quelle più agiate, ma anche le donne meno abbienti. Davvero un bel progresso, non credete? Anche nel corso della letteratura inglese c’è stato qualcuno che ha fornito il La ad altri personaggi che poi si sono fatti strada con le loro opere: Shakespeare, Marlowe, Chaucer, per citarne alcuni. Da questa considerazione, ne nasce un’altra, non meno importante:

[…] i capolavori non nascono soli e isolati: sono il risultato di molti anni di pensiero in comune, il pensiero del popolo, sicché tutta l’esperienza della massa si aduna dietro quella voce isolata.

Insomma, a ben vedere la nostra autrice predilige Aphra Behn, proprio perché

fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare. È lei – quella donna ombrosa e amorosa – che mi permette di dirvi questa sera, senza troppo fantasticare: potete guadagnare cinquecento sterline l’anno con la sola vostra intelligenza.

È con Aphra Behn che arriviamo alle soglie dell’Ottocento, secolo in cui buona parte degli scaffali di una libreria sono riempiti di libri scritti da donne, le quali, però, non avevano a loro disposizione una stanza in cui potersi dedicare alla scrittura, ed è proprio questo che la nostra narratrice denuncia:

Se una donna scriveva, doveva scrivere nel soggiorno comune. E lì – come si sarebbe lagnata con tanta veemenza Florence Nightingale: Le donne non hanno mai una mezz’ora… che possono chiamare propria. – veniva continuamente interrotta.

Ma cosa dire del romanzo in sé? Era paragonabile un romanzo di avventura, con guerre e quant’altro, con uno smielato, pieno di dolcezza? Naturalmente no! Oltre a non esserci paagone per la tematica trattata, ciò che differisce è anche la diversità di valore. Tanto per infierire ulteriormente,

[…] l’intera struttura del romanzo di primo Ottocento veniva innalzata, quando l’autore era una donna, da una mente in qualche modo sfocata, costretta ad alterare la sua chiara visione, per condiscendenza verso un’autorità che le era estranea.

A seguire, la narratrice fa un’analisi molto mirata, il cui tema è essenzialmente questo: visto che le donne hanno imparato a scrivere romanzi, adesso cosa ne sarà della poesia che fino a poco tempo prima aveva caratterizzato il pensiero femminile? Per rispondere, Virginia Woolf tira in ballo numerosi autori ed autrici della letteratura inglese, ma anche di quella ffrancese, per poi porre a sé stessa e a noi questa riflessione:

[…] chi può dire se perfino oggi il “romanzo” (lo scrivo tra virgolette per sottolineare quanto mi sembra inadeguata la parola) , chi può dire se questa, la più flessibile di tutte le forme, sia abbastanza adatta alla natura femminile? Non c’è dubbio che una volta che la donna avrà la possibilità di muoversi come vuole, saprà crearsi la forma che meglio le serve; e anche munirsi di qualche nuovo veicolo, il quale non sarà necessariamente il verso, per esprimere la poesa in lei racchiusa.

Ma c’è un altro problema: Virginia Woolf ora considera la “superiorità” dell’uomo rispetto alla donna nelle varie attività, tra cui rientra, naturlmente, anche lo scrivere. Dunque, va da sé che le donne scriveranno testi inferiori in fatto di numero di pagine, rispetto a quelli dei loro colleghi maschi; ma per riuscire a scrivere testi di alta levatura, occorre conciliare il lavoro ed il riposo:

[…] i libri delle donne saranno più brevi, più concentrati di quelli degli uomini, e così fatti da non richiedere molte ore di lavoro continuo e ininterrotto. Perché interruzioni ce ne saranno sempre. D’altra parte, i nervi che collegano il cervello si direbbero diversi negli uomini da quelli delle donne; e se volete trarne il massimo profitto, dovete trovare qual è il trattamento che più vi si confà […] e come si possono meglio alternare il lavoro e il riposo, intendendo per riposo non l’interruzione di ogni attività bensì un’attività diversa; e in che cosa dovrebbe consistere questa diversità.

È sul finire del libro che il lettore viene a conoscenza di dove si trovi la narratrice: in una libreria, dove sta sfogliando (o forse sarebbe più esatto dire leggendo) Life’s adventure, un testo di Mary Carmichael, con la quale – nelle pagine che seguono – l’autrice sembra intraprendere un vero e proprio dialogo. Ma la Woolf ritornerà a più riprese sui temi a lei cari, di cui aveva già trattato in precedenza.

Il fatto, come abbiamo detto, che sul finire del Settecento la donna inizi a scrivere di suo pugno, fa sorgere un paio di questioni: la prima, riguarda il fatto che non scrivono esclusivamente romanzi:

[…] se il sesso maschile è ancora quello più loquace, è vero invece che le donne non scrivono più soltanto dei romanzi.

La seconda questione, invece, ha a che fare con la diversità di scrittura, e di argomento che le donne tratteranno all’interno dei loro romanzi:

E benché predominino ancora i romanzi, non è improbabile che questi romanzi siano ora diversi, se non altro per effetto della loro associazione con quegli altri libri. La semplicità naturale, l’era epica della letteratura femminile sono probabilmente scomparse. La letteratura e la critica hanno allargato il suo campo, le hanno permesso di essere più sottile. L’impulso autobiografico si è forse spento. La donna incomincia forse a considerare la letteratura come un’arte e non come un metodo di espressione della sua personalità.

La lettura del romanzo di Mary Carmichael ha a che fare con i sentimenti con il voler bene, per l’esattezza. Questo argomento fa nascere alla nostra relatrice una riflessione sulle relazioni tra due donne; per supportarla, la nostra narratrice fa una rassegna di tutti i personaggi maschili e femminili che si trovano nelle commedie e nelle tragedie di autori quali Shakespeare, Biron e tanti altri ancora, per poi finire con Racine:

In Racine e nelle tragedie greche esse [le donne] sono le confidenti, naturalmente. A volte sono una madre e sua figlia. Ma quasi sempre , senza eccezione, le donne vengono presentate solo in raporto agli uomini.

Ma come è nato il romanzo? Lo spiega molto bene l’autrice:

[…] sarà stato il desiderio di scrivere sulle donne, forse, che ha indotto gli uomini, a poco a poco, ad abbandonare il dramma in versi (il quale con le sue violenze non sapeva quasi che cosa farsene delle donne) inventando il romanzo, che era un recipiente più adeguato.

Questo riporta Virginia Woolf al punto da cui era partita, vale a dire alla condizione della donna:

Sposate controvoglia, rinchiuse in una stanza, costrette a una sola occupazione, come sarebbe riuscito il drammaturgo a fare della descrizione di queste donne qualcosa a tempo pieno, di interessante o di vero? L’amore era l’unico interprete possibile. Il poeta era costretto a essere appassionato o amaro, salvo quando sceglieva di odiare le donne. , ciò che di solito significava che le donne non si interessavano a lui.

Ma forse ora vi starete chiedendo come fossero le stanze in cui le donne si rifugiavano qualche secolo fa; la nostra autrice ne fa un ritratto pressoché attendibile:

Le stanze sono così diverse: sono tranquille o tempestose; vi è a volte il bucato appeso, e a volte splendono di opali e sete; sono dure come il crine o soffici come la piuma… basta entrare in qualunque stanza di qualunque strada per sentirsi sbattere in faccia quella forza estremamente complessa della femminilità.E come potrebbe essere altrimenti?

Alla fine della lettura, che l’ha portata a fare numerose considerazioni, ecco, dunque il pensiero finale della nostra relatrice:

Datele ancora cento anni, dissi finalmente, dopo aver letto l’ultimo capitolo – sullo sfondo di un cielo stellato si stagliavano nudi i nasi e le spalle scoperte dei personaggi, poiché qualcuno aveva scostato le tende del soggiorno – datele una stanza propria e cinquecento sterline l’anno, lasciatele dire ciò che pensa e cancellare la metà di ciò che scrive adesso, e uno di questi giorni farà un libro migliore.

Siamo arrivati alla fine del libro, e proprio in questo capitolo i lettori vengono a conoscenza dell’effettiva unità di tempo, per dirla con il linguaggio teatrale, in cui si è svolta questa trattazione sulla donna ed il romanzo. Il tempo, non è poi tanto difficile capirlo, è quello in cui Virginia Woolf ha scritto questo testo: il 26 ottobre 1928. Ma c’è un’altra cosa che cambia, vale a dire, l’unità di azione: non più Oxbridge, bensì Londra. Ma non la solita Londra, in cui tutti, uomini e donne, vanno in giro seguendo un ritmpo frenetico, anche per le strade; è una situazione paradossale, direi, visto che regnava

[…] una calma completa, […] una totale sospensione del traffico. Nessuno passava per strada

Tranne una ragazza che poi sale su un taxi.

Ma benché, secondo la nostra narratrice, quello che vedeva dala finestra era uno spettacolo abbastanza consueto, non del tutto normale era il suo stato d’animo:

Lo spettacolo era abbastanza comune; strano invece era l’ordine ritmico di cui la mia immaginazione l’aveva investito; e il fatto che il comunissimo spettacolo di due persone che salgono su un tassì avesse il potere di comunicare in qualche modo la loro apparente soddisfazione. […] Forse il fatto di riflettere, come per due giorni avevo riflettuto, a un sesso indipendente dall’altro, significa uno sforzo.

Poi, con molta nonchalance, , destreggiandosi molto bene tra i meandri della mente, arriva a delineare il concetto di unità della mente, e lo fa con queste parole:

dilettantescamente mi misi ad abbozzare uno schema dell’anima, secondo il quale in ognuno di noi presiedono due forze, una maschile e una femminile, e nel cervello dell’uomo l’uomo predomina sulla donna, e la donna predomina sull’uomo. Lo stato più normale e più comodo è quello in cui queste due forze vivono insieme in armonia, cooperando spiritualmente. Nell’uomo la parte femminile del cervello deve comunque avere un suo effetto; e anche la donna deve cercare di andare d’accordo con l’uomo che c’è in lei.

Il discorso, poi, scivola inevitabilmente sull’androginia, e qui la narratrice tira in ballo Coleridge, facendo diversre ipotesi su cosa intendesse lui quando affermò che una mente superiore è androgina; ma mi sembra che nessuna delle opzioni da lei fatte la soddisfi in particolar modo.

Nessuna epoca può essere stata così stridentemente consapevole del sesso come la nostra; quegli innumerevoli libri sulle donne, scritti da uomini, che si trovano al British Museum, ne sono la prova.

Ecco, dunque, che tornano di nuovo in ballo numerosi autori, e autrici, che lei esamina, per arrivare dritta al suo scopo:

Senza dubbio la letteratura elisabettiana sarebbe stata molto diversa se il movimento femminile fosse cominciato nel Cinquecento anziché nell’Ottocento.

In parole povere, se questa teoria dei due lati della mente è valida, ciò significa che la virilità è diventata consapevole; cioè che gli uomini scrivono adesso con il lato maschile del loro cervello. Per una donna, è uno sbaglio quello di leggere questi uomini, poiché inevitabilmente ella vorrà cercare qualcosa che non vi si trova.

Infatti,

Per quanto possa fare, una donna non riesce a scovare in esse quella fonte di perpetua vita, che pure secondo i critici vi si trova. Non è soltanto che essi celebrano le virtù maschili, sostengono i valori maschili e descrivonbo il mondo degli uomini; è che l’emozione di cui questi libri sono pervasi riesce incomprensibile a una donna.

La tematica accalora molto la relatrice di questo incontro, al punto che, di nuovo mette in campo numerpsi scrittori e poeti delle varie epoche, e continua a sciorinare nomi su nomi, fino a quando riprende il manoscritto Le donne e il romanzo e scrive questa frase che è abbastanza fatale, visto il tema che sta trattando:

[…] per chiunque scrive è fatale pensare al proprio sesso. È fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna-maschile o un uomo-femminile. È fatale per una donna accentuare seppur minimamente le sue lagnanze; difendere qualunque causa, anche la più giusta; parlare in qualunque modo con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è una figura retorica; poiché qualunque cosa scritta sotto la spinta consapevole di questa parzialità è condannata a morire.

A questo punto Mary Seton finisce di parlare, ed interviene la vera autrice di questa conferenza: Virginia Woolf, la quale riprende il discorso sulla sessualità dove l’aveva lasciato il suo alter ego:

Tutto questo opporre un sesso all’altra, una qualità all’altra; tutto questo attribuire superiorotà a se stessie inferiorità agli altri, appartiene a quella fase scolastica dell’esistenza umana in cui ancora esistono squadre, e sembra necessario che una squadra riesca a vincere l’altra […]

Continuando su questo tono di meriti e demeriti, VIrginia Woolf arriva poi a quella che è la conclusione che tutti ci saremmo aspettati di leggere/sentire:

Finché scrivete ciò che volete scrivere, questa è la sola cosa che conta:; e se conti per un giorno o per un’eternità, nessuno può dirlo. Ma sacrificare un capello della testa della vostra immagine, una sfumatura del suo colore, per far piacere a qualche direttore di scuola con un vaso d’argento in mano, o a aualche professore con il suo campione di musura nascosto nella manica della giacca, quello è il più vile tradimento, e in confronto ad esso, la perdita della fortuna e della castità, che a quanto dicevano era il più grande dei disastri umani, conta meno del morso di una pulce.

In secondo luogo, penso che forse potete obiettare che io abbia esagerato l’importanza delle circostanze materiali. Anche concedendo un ampio margine al simbolismo, ammettendo che le cinquecento sterline l’anno rappresentino la possibilità di contemplare, e la serratura della porta significhi la possibilità di pensare senza l’aiuto di nessuno, anche così potete obiettare che la mente dovrebbe essere in grado di sollevarsi al di sopra di queste cose; e che i grandi poeti erano spesso molto poveri.

L?autrice continua così a discorrere sull’importanza della libertà intellettuale delle donne, citando esempi come Florence Nightingale che divenne infermiera durante la guerra di Crimea. Subito dopo, torna ad incitare le donne a scrivere, e lo fa usando frasi molto incisive:

Perciò vi chiedo di scrivere ogni sorta di libri, su qualunque argomento, senza dubitare, per quanto triviale o per quanto vasto vi possa sembrare. […]

Se volete farmi piacere – e ci sono migliaia di lettori come me – dovete scrivere libri di viaggi e di avventure, di scienza e di filologia, di storia e di biografia, di critica e di filosofia e di sociologia. In questo modo ne trarrà vantaggio l’arte del romanzo. […]

[…] vi sto incitando a fare qualcosa che che contribuirà al vostro bene e al bene del mondo intero.

Ma scrivere un romanzo non significa far felici i lettori, bensì rendere felici se stesse, per cui, l’autrice precisa:

[…] è molto più importante essere se stessi che non tutto il resto. Non sognate di influire sugli altri, vi direi, se sapessi farlo con parole più eccitanti. Pensate alle cose come sono in sé.

Il mio giudizio:

Le letture di Maggio

Questo mese non ho letto molto: un po’ forse per svogliatezza, un po’ perché ero impegnato a fare una lettura (la prima che vedete), che poi ho interrotto perché non riuscivo a seguire con assiduità… per cui mi sono ritrovato a fare solo le ultime due letture: la seconda è ancora in corso, ma in via di conclusione; la seconda l’ho iniziata questa notte (era da poco passata l’una di notte quando l’ho iniziata)

Alexandre Dumas padreIl conte di Montecristo vol. 2
Virginia WoolfUna stanza tutta per sé
Giusi Marchetta“Tutte le ragazze, avanti!”