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Ciao, Andrea

Oggi ho appreso della morte di Andrea, Capo Scout del gruppo di Predappio. Non faccio più parte degli scout dal 2001-2002, ma – come si suol dire – semel scout, semper scout. Quindi, ecco che mi sento tirato in ballo, e per questo decido di scrivergli una lettera, pur sapendo che non potrà più leggerla.

Ciao Andrea,

tu ed io non ci conosciamo. Ed ora, non avremo più modo di incontrarci.

Ho sentito oggi della tua morte, a causa di quest virus che si sta diffondendo a macchia d’olio sul nostro pianeta, provocando innumerevoli vittime. Personalmente, da quando questa pandemia ha iniziato a propagarsi senza sosta, sono a casa, per non sfidare la sorte; pur tuttavia, mi rendo conto che uno scout non si tira mai indietro, neanche in situazioni pericolose, soprattutto se a monte c’è da fare la felicità di un gruppo di scout e guide tra i 12 ed i 16 anni (scusami, forse non è così, ma mi sembra di aver capito che tu fossi a capo di un’unità in questa fascia d’età). Ad ogni modo, dicevo: le uscite, gli hike, i campi estivi sono occasioni che fanno gola a questa fascia di ragazzi/e, per loro è un’occasione di sperimentarsi, socializzare e divertirsi.

Quando sono entrato negli scout ero già adulto, per cui ho fatto solo tre anni di Clan, per poi affrontare la Comunità Capi. da cui sono uscito dopo due anni; ma ti posso assicurare che il periodo trascorso in quei primi anni è stato formativo, anche in veste di aiuto capo Reparto e – una volta – come cambusiere, assieme ad un’altra persona. Non posso dire di aver appreso molto come aiuto Capo, né come Capo, ma in Clan ho avuto dei Capi che mi hanno saputo aiutare e formare. E poi anche il gruppo – che negli anni è cambiato almeno un paio di volte – ha saputo dare il suo contributo.

Ma scusa, stavo parlando di te.

Non so quando tu sia entrato nel tuo Gruppo, ma presumo all’età regolare, 6-7 anni, come Lupetto. Dev’essere bello seguire tutto un percorso in questo modo, e non arrivando praticamente ala fine del percorso, come me.

Quando oggi ho sentito della tua morte, ho fatto un balzo indietro con la memoria, e ho rivisto le tappe fondamentali del mio percorso: l’arrivo e l’immediato aiuto dei miei futuri compagni di avventure a preparare una veglia sulla Route che lor avevano fatto quell’estate in Albania, la cerimonia per il moi Totem, la cerimoni per la mia Patrenza, ed altro ancora… sono momenti indimenticabili, che uno si porta nel cuore per sempre!

Così dev’essere stato anche per te, immagino… tutto un crescendo di emozioni vissute con gli altri Capi, e poi con i ragazzi: di solito si pensa di dare noi grandi molto ai bambini/ragazzi; ma anche loro sanno dare tanto a chi è più grande, e spesso non ce ne accorgiamo. Purtroppo, mi verrebbe da dire.

Non ho dubbi che tu sia stato un perfetto Capo Scout, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, ma comunque, nessuno è perfetto. E’ anche bello così, non credi? Anche le imperfezioni servono…

Non so cos’altro dirti, Andrea, però spero che questa lettera, anche se tu non la leggerai, possa essert di conforto, da un tuo fratello scout.

Buona Strada, Andrea!

saluto scout

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Recensione/187 – Ti odio, anzi no, ti amo! (S. Thorne)

Sally Thorne

Autore: Sally Thorne

Titolo: Ti odio, anzi no ti amo

Editore: Harper Collins Italia

Prezzo Kindle: € 5,99

Dati: 2018, brossura, 146 pag.

Trama: Lucy Hutton è convinta che l’impiegata modello si becchi, prima o poi, l’ufficio migliore (e relativa promozione). Per questo è servizievole e accomodante, lavoratrice indefessa ma carina e gentile con chiunque. Per questo tutti la amano alla Bexley & Gamin. Tutti tranne il freddo, efficiente, impeccabile e fastidiosamente attraente Joshua Templeman. E il sentimento è reciproco. Costretti a condividere lo stesso cubicolo per 40 ore la settimana, più svariati straordinari che è meglio non quantificare, hanno iniziato a lanciarsi continue e ridicole sfide, in un gioco al rialzo che sembra impossibile da fermare. C’è il Gioco degli Sguardi, il Gioco dello Specchio e nessuno dei due sopporta di perdere. Fino a quando in ufficio si comincia a parlare del Gioco della Grande Promozione. Se Lucy vince, diventerà il capo di Joshua. Se perde… meglio non pensarci. Ma allora, con la sua carriera in ballo, per non parlare dell’orgoglio, perché Lucy comincia a fare sogni sempre più torridi sull’odiato collega? E perché si veste per andare al lavoro come se invece dovesse recarsi a un appuntamento sexy? Dopo che un’innocente corsa in ascensore diventa il teatro di un bacio indimenticabile tra i due, Lucy ha finalmente la sua risposta: forse lei non odia Joshua. E forse nemmeno lui odia lei. Forse è tutto il contrario. Oppure è solo un altro gioco? 

Il mio pensiero: Mi sono troppo divertito a leggere questo libro! 🙂

La cosa bella è leggere per buona parte del libro le litigate tra i due ragazzi nel loro ufficio; poi vabbè, da cosa nasce cosa…

Lucida e Joshua lavorano nella stessa azienda, lavorano nello stesso ufficio, faccia a faccia, e tutti e due sono in lizza per un posto di maggior rilievo in società. E fin qui, nulla da obiettare. Ma c’è una caratteristica che in qualche modo li unisce: si detestano. Anzi, no: si odiano. Molto spesso gli altri dipendenti li sentono bisticciare tra loro, e scambiarsi male parole, al punto che ogni tanto il direttore dell’azienda è uscito dalla sua stanza per riprenderli del loro comportamento non troppo da colleghi. Tutto cambierà quando – un giorno – Joshua chiedera a Lucinda di accompagnarlo ad una festa a casa dei genitori… Se, da un lato è bello leggere dei loro scontri, altrettanto bello è assistere a quel cambio di mood tra i due giovani, che ora iniziano  amostrare il loro lato più tenero,  aconfidarsi, a scambiarsi effusioni. Naturalmente, l’happy ending è assicurato! Dubitavate, forse? 😉

Il mio giudizio: ragnettoragnettoragnettoragnettoragnetto

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Recensione/186 – Manuale dell’Inquisitore A.D. 1376 (Fra N. Eymerich op)

 

Eymerich

Autore: Fra Nicolau Eymerich

Titolo: Manuale dell’inquisitore

Sottotitolo: Vademecum medievale ad uso degli Inquisitori

Editore: Piemme

prima ed.: 1998

seconda ed: Novembre 1998

ISBN: 978-88-384-3170-1

Prezzo: N.P.

Dati: 1998, rilegato, 303 pag.

Trama: Il Vademecum del 1376 ad uso degli inquisitori per consigliarli nel loro lavoro quotidiano e soprattutto aiutarli a districarsi tra le regole della minuziosa prodedura.

Come riconoscere un erertico, come istruire un processo per eeresia, quale domanda-tranello porre per smascherare la malafede dei teologi in odor di eresia, da quali segni riconoscere negromanti, adoratori del diavolo e streghe, quando richiedere l’intervento del boia per torturare…

Tutte queste norme ed altre questioni affronta Fra Nicolau Eymerich, domenicano ed inquisitore generale d’Aragona, autore di questo Manuale, famoso per la sua vastissima diffusione, che Cammilleri presenta qui insieme al commento di Francisco Peña, eminente giureconsulto e canonista del XVI secolo.

Apprezzato divulgatore sul tema dell’Inquisizione, Rino Cammilleri ha aggiunto via via ulteriori commenti alla luce della storiografia più accreditata. Il risultato è uno spaccato a tutto tondo di vita medievale e rinasimentale, una panoramica dell’Inquisizione quale non è dato vedere nelle opere che parlano dell’Inquisizine ma non fanno parlare gli inquisitori.

[dalla seconda di copertina]

Il mio parere:

Dopo un’introduzione, Rino Cammilleri, il curatore  nonché terza voce di questo saggio, dedica un paio di pagine ai profili dei personaggi di questo volume: il primo è lo stesso Nicolau Eymerick (Gerona, 1320-1399), per poi proseguire con Francisco Peña (Villarroya de los Pinares, 1540 – Roma, 1612). Il terzo personaggio – come ho scritto qualche riga più sopra – è Rino Cammilleri, il cui ruolo sarà quello di commentare ed integrare con riferimenti moderni le affermazioni dei due. Seguono brevi cenni sulle tre inquisizioni presenti in Europa: quella medievale, quella spagnola e quella romana.

Sempre nell’introduzione, Cammilleri cita Benedetto XIV, definendolo

l’ultimo grande inquisitore vivente

Non so a voi, ma a me la cosa ha messo un po’ di paura…

Il secondo passo è quello di fare un breve panorama storico; da dove iniziare, dunque, se non dalla precisazione che nel 1231 e nel 1234 Gregorio IX istituisce i tribunali inquisitoriali? E sapete a chi affidò quest’incarico? Ai due Ordini mendicanti nati proprio qualche anno prima: i Francescani, ed i Predicatori (o Domenicani; vi ricordo che l’Ordine dei Predicatori nacque il 22 Dicembre 1216, quello Francescano era contemporaneo). Se, a questo riguardo, Cammilleri lascia cadere la cosa così, senza approfondire, coglie l’opportunità di farlo molto più avanti, in cui dichiara che nonostante fossero stati creati i tribunali, gli ordini mendicanti aderirono tempo dopo a questa istituzione, lasciando ai vescovi, o all’autorità preposta la salvaguardia dell’ortodossia. Ma questa manovra ebbe scarso successo, poché l’autorità non aveva modo di opporsi a quella che allora era ritenuta una piaga. Attribuendo, così, questa potere ai vescovi. si venivano a creare situazioni in cui, ad amministrare questa emergenza, erano poste persone prive di formazione teologica (solo il Concilio di Trento sancirà i seminari  ecclesiastci). Per cui, dapprima ne furono incaricati i legati papali, i quali però furono spesso vittime di agguati: l’evento scatenante la Crociata contro gli Albigesi, per esempio, fu proprio un agguato. Fu allora che si decide di affidare l’Inquisizione agli ordini mendicanti, ad iniziare dai Predicatori.

Il volume si divide in tre parti: nella prima parte, Giurisdizione dell’inquisitore, sono riportate le varie norme su come si riconosce un eretico, quante sono le tipologie di eretico e quant’altro possa essere d’aiuto ad un inquisitore; la seconda parte, Pratica inquisitoriale, è divisa in tre sezioni: nella prima è preso in esame il modo in cui iniziare un processo, la seconda riguarda il processo vero e proprio, mentre la terza ha a che fare con il modo in cui portare a termine il processo ; la terza parte, Questioni riguardanti la pratica del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, riguarda questioni inerenti l’onorario che spetta a giudi ed inquisitori, ed altro ancora, ma principalmente si tratta di tecnicismi processuali, se così si può dire.

Ma cos’è un’eresia? Probabilmente qualcuno si ricorderà quella definizione che potrebbe averci detto la nostra maestra a scuola, o forse lo abbiamo scordato, oppure non lo abbiamo mai saputo, e abbiamo sempre pronunciato il termine senza neanche conoscerlo del tutto. Lo mette subito in chiaro Eymerich, il quale afferma per l’etimologia bisogna rifarsi a sant’Isidoro, secondo cui il termine avrebbe tre possibili derivazioni: una prima ipotesi, potrebbe essere dal latino eligo; in questo caso, eretico sarebbe colui che è elettore, vale a dire che elegge le teorie false come suo credo; la seconda possibilità, aderente, potrebbe derivare dal termine adhaesivus; in questo caso, l’eretico sarebbe chi aderisce con fermezza ad una dottrina; c’è poi un terzo tentativo di derivazione potrebbe essere dal termine erciscor (un sinonimo di divido), ossia l’eretico sarebbe colui che si taglia fuori dalla comunità. A contrastare questa tesi, Peña afferma che il termine deriverebbe dal verbo greco airòkai.

san TommasoPer rispondere alla domanda posta più sopra, Eymerick cita San Tommaso D’Aquino (Roccasecca 1225 – Abbazia di Fossanova, 7 marzo 1274), il  quale, nella sua opera maggiore, la Summa Theologiae, dichiara che per definire eretica una proposizione sono necessarie tre cause; ovvero:

  1. se si oppone ad un articolo di fede
  2. se si oppone ad una verità ritenuta dogma di fede dalla Chiesa
  3. e si oppone al contenuto dei libri di fede

Talvolta è possibile cadere in errore; ma è la stessa cosa che cadere nell’eresia? Ascoltiamo cosa dice il Predicatore inquisitore:

Giuridicamente, la nozione di errore e quella di eresia hanno lo stesso senso? Il senso di nozione di errore è più ampio di quello di eresia, perché sebbene ogni eresia  sia un errore, non tutti gli errori sono eretici. E sebbene ogni eresia sia in errore, non tutti quelli che sono in errore sono per forza eretici.

[cit. pag. 31]

Una volta stabilito ciò, come si fa però a capire se una persona sia realmente eretica? Per sapere chi è effettivamente eretico, secondo il duplice senso giuridico e teologico, è necessario porre due condizioni. Lo spiega bene Eymerich:

La prima riguarda l’intenzione (se ha la possibilità di scegliere e disporre): che ci sia errore nell’intelletto in quel che tocca la fede. La seconda riguarda la volontà (se ha possibilità di compiere e portare a termine): che essa si aggrappi con tenacia all’errore mentale. La riunione di queste due condizioni definisce perfettamente l’eretico, come la fede nell’intellettto e la perseveranza nella violontà definiscono il vero cattolico.

[cit. pag. 32, il neretto è mio]

Secondo questa definizione, allora, chi non contemplasse in sé queste due caratteristiche, allora, non dovrebbe minimamente essere definito eretico; è quello che afferma San Tommaso d’Aquino, secondo il quale esistono due generi e tre specialità di virtù di fede.

Ma quando si è eretici? In questo, Eymerich è molto chiaro:

Si ha eresia quando c’è opposizione a uno o più articoli di fede, a questo o quel passo dei libri canonici, a una costtuzione o a un Canone della Chiesa cattolica.

[cit. pag. 39]

Poco oltre, il Predicatore distingue tre tipologie di eretici: gli eretici tenaci, i quali persistono nei loro errori; gli eretici penitenti, i quali abiurano, sopportando poi le pene dell’Inquisizione; per finire, gli eretici relapsi, ovvero coloro che, pura avendo abiurato, sono di nuovo caduti nell’errore; in caso di un nuovo pentimento, a costoro sono concessi i sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia.

Di quest’ultimo genere di eretici, dice l’autore, ne esistono di tre tipi:

  1. è relapso chi è sospetto di eresia, poi abiura per ricadere dopo nell’errore
  2. è relapso chi è colpevole, poi abiura per ricadere dopo nell’errore
  3. è relapso chi abiura, ma poi accoglie eretici

A proposito di questo terzo caso, occorre distinguere chi accoglie gli eretici una o due volte, da chi li ospita con frequenza; se – infatti – i primi possono essere innocenti, i secondi saranno passibili di processo, come stabilito dai canoni istituzionali: abiura, o braccio secolare. Per quanto, invece, riguarda chi di loro sia coniugato, non c’è disposizione che ne dercreti il bando.

Ma gli eretici erano soli a promulgare le loro verità? No, godevano di protezione. A dire il vero c’era sia chi proteggeva i loro errori, e chi – invece – le persone. A questo proposito Peña aggiunge che se qualcuno emetteva un fischio, o un grido, allo scopo di far fuggire un eretico, anche chi aveva compiuto quel gesto doveva essere considerata eretico.

Ma come si riconosce un eretico? L’autore distingue tre tipologie di sospetto: debole, forte o veemente, grave o violento. Vediamo nel dettaglio cosa significa:

Si ha sospetto debole quando questo può essere eliminato da una leggera difesa o nasce da flebili congetture; si parla di forte sospetto a proposito di quello che, pur non portando nulla a causa di forte difesa, nasce da sodalizi, argomenti, congetture; si parla di sospetto grave o violento quando il sospetto nasce da congetture gravemente convincenti.

[cit. pag. 96]

In merito al secondo tipo di sospetto, Eymerich cita dieci casi in cui questo può Raymond de Penafortverificarsi, e proprio nella trattazione dell’ultimo, l’autore cita il Predicatore Raymond de Peñafort (1175-1285), in quanto membro del Concilio di Tarragona (1230), il quale stabiliva che chi compie atti contro la chiesa una volta sola è debolmente sospetto di eresia; al contrario, lo è fortemente chi compie atti contro la chiesa più di tre volte. Allo stesso Predicatore fu dato il compito di compilare le Decretali, all’interno delle quali venivano condannati degli eretici. Frate dell’Ordine dei Predicatori, Peñafort nel 1238 viene eletto III Maestro Generale dell’Ordine (1238-1240), dopo Domenico di Guzman (1216-1221) e Giordano di Sassonia (1222-1237).

Più avanti, nella terza parte, Eymerich citerà ancora il Predicatore, per la questione riguardante gli onorari di giudici ed inquisitori: secondo lui, spetta ai vescovi (giudici ordinari), sollecitare affinché venga loro elargita una somma congrua alle loro esingenze, pagando di tasca propria le spese del tribunale; altrettanto vero è il fatto che il giudice debba accettare l’onorario offerto spontamente. In questo caso, se prendere tutto costituisce avarizia, e se accettare troppo è disonorevole, allora il giudice accetterà quel tanto che gli occorrerà per coprire le sue spese. Secondo Peña, coprire le spese equivale a pagare il tribunale, le spese di scorta e custodia in prigione ed il mantenimento.

Con la seconda parte, l’autore entra nel vivo del discorso: in effetti, in queste pagine si assiste agli atti preliminari cui è soggetto l’Inquisitore per essere eletto. La prima, imprescindibile cosa, è quella di presentarsi al sovrano, per poi inviare lettere ai legati pontifici, allo scopo di chiedere il loro aiuto nello smascherare gli eretici, o presunti tali. Allo scopo di dare un’idea del testo da redigere, Eymerick inserisce una lettera come spunto. Una volta assicuratosi la loro fedeltà, li convocherà in un luogo (anche questa volta tramite letera, di cui ne è inserita una come spunto), dove i convenuti presteranno giuramento giurando sui Vangeli. Era anche possibile che gli incaricati chiedessero di pensarci; così, dopo un breve periodo concesso, sarebbero stati richiamati. In caso di comparizione, avrebbero giurato, altrimenti sarebbero stati scomunicati.

Quello dell’inquisitore, in definitiva, era un mestiere a latere, se mi permettete questa espressione, visto che sono i suoi commissari inquisitoriali a dover svolgere le indagini sui sospetti; a lui spetta il compito più gravoso: la condanna. Solo nel caso in cui avesse voluto torturare un eretico o sospetto tale, avrebbe dovuto convenirne la pena con il vescovo. Al momento della sentenza può essere delegato il commissario, anche se sarebbe più opportuna la presenza dell’inquisitore stesso, in quanto più temibile.

pare sia stata l’Inquisizione ad inventare il processo moderno.

Non si finisce mai d’imparare… questa sopra riportata è una frase che non mi sarei mai aspettato di trovare, eppure, in tutta questa meticolosità nella presenza del notaio, del procedimento da seguire con stretta osservanza, nel trattamento dei prigionieri, o l’assistenza di esperti, Cammilleri riscontra questa analogia con l’epoca moderna.

Una volta organizzato tutto, l’inquisitore procede con l’organizzazione del processo, comunicando – sempre tramite missiva-  la convocazione di un sermone, il quale non avrà luogo nei periodi di Avvento e Quaresima. Il processo può essere istituito secondo tre modalità: di accusa, di denuncia e di inchiesta. Nel caso in cui il delatore voglia fungere da accusatore, verrà informato della legge del taglione; in caso contrario, il processo avverrà per accusa. La terza opzione, invece, è divisa in una duplice opportunità: o non voler essere più accusatore, ma solo delatore; oppure non assumere alcun ruolo (delatore o accusatore): in questo caso, quanto viene denunciato è di pubblico dominio.

Dopo aver discusso nel dettaglio i tre tipi di processo, il Predicatore  inizia a trattare del processo vero e proprio. La procedura di organizzazione di un processo inquisitoriale è complessa, ma penso che quello che sia degno di nota risieda nel fatto che era preferibile rinchiudere l’eretico nella prigione ecclesiale, in quanto la funzione di giudice era svolta dal vescovo, e solo a lui poteva ricorrere l’inquisitore per condannare, o ricorrere al dubbio. Con questo termine si intende la tortura, metodo che fu impiegato raramente nel primo periodo, diventando di uso comune solo in seguito. Questo lascia capire quanto i giudici avessero a cuore di basare le loro sentenze su basi solide. Cammilleri quasi giustifica l’atteggiamento di Eymerich di porre domande in modo meticoloso, poiché la Chiesa ha sempre avuto paura delle eresie, perché rappresentavano i richi maggiori, più del paganesimo, o delle altre religioni.

Una volta messo in piedi il processo, in fase di interrogatorio è necessaria la presenza di cinque testimoni; nel testo, Eymerich cita le figure che prende in considerazione, chiarendo uno per uno i compiti cui sono chiamati. Vediamo:

Il primo è l’inquisitore o il suo commissario. Spetta a lui interrogare testimoni e denunciati, formulare le domande e farle trascrivere. Sia accorto e prudente nell’esaminare i testimoni e i denunciati, in particolare gli accusati di eresie moderne – begardi e valdesi – che sono diventati maestri nell’arte di nascondere la verità.

Il secondo è il testimone o il denunciato che viene interrogato. Costui deve, innanzitutto, aver giurato di dire la verità, altrimenti la sua deposizione sarà invalida. Non deve violare il suo giuramento ma attenersi alla stretta verità, senza nulla aggiungere per odio o rancore, senza nulla togliere per pietà. Deve sempre rispondere alla domanda posta, fedelmente, tenendo conto dei criteri del giudice più che di ogni altra cosa. Non deve né tergiversare né sviarsi, ma rispondere in tutta chiarezza. L’inquisitore presterà ogni attenzione al modo di rispondere dell’imputato o del testimone. Se vede che l’interrogato risponde con circospezione e astuzia, gli tenderà delle trappole verbali e lo forzerà così a rispondere a proposito e chiaramente.

Il terzo – il notaio – è designato dall’inquisitore e deve incaricarsi della redazione degli atti del processo. Dietro ordine del giudice consegna le deposizioni dei testimoni, le confessioni o le negazioni degli imputati.

I due testimoni inquisitoriali saranno due persone probe, o due chierici. Devono assistere a tutti gli atti del procedimento. Ma se il giudice inquisitoriale non può disporne costantemente, si assicurerà la loro presenza almendo quando verrà chiesto all’accusato se mantiene le sue confessioni o negazioni.

[cit. pag 147]

Gli fa eco Peña, citando la formula per prestare giuramento:

«Giuro, per Dio e per la Croce, e per i Santi Vangeli che tocco con mia mano, di dire la verità. Che Dio mi aiuti se mantengo il mio giuramento, e mi condanni se spergiuro»

[cit. pag 148]

Il processo non si svolgeva con un semplice a domanda, risposta; al contrario, erano valide molte astuzie, sia dalla parte lesa (eretici, o presunti tali), sia dalla parte della legge, cioè gli inquisitori. In questo saggio l’autore cita dieci astuzie per ciascuna delle due figure. Vediamole.

Le astuzie da parte di chi è eretico vanno dal ritorcere la domanda, al giocare con le parole, al rispondere in maniera equivoca, ed altro ancora. Quella su cui vorrei porre l’attenzione, è quella che, nel suo elenco, Eymerich classifica con la n°9: la pazzia. Questa caratteristica mi ha riportato in mente la figurea del frate tontolone, diciamo così, presente nel film Il nome della rosa. Ad ogni modo, in Tommaso Campanellaquesti casi, secondo Peña, le alternative sono solo tre: o è del tutto pazzo, o ci sono dubbi, oppure non è pazzo per niente. Poco oltre, il curatore del volume cita il Predicatore Tommaso Campanella (lo vedete alla vostra destra), accusato di aver sollevato una rivolta in Calabria nel 1599.

Di altro genere di astuzie erano forniti gli inquisitori; vorrei citarne due, per poi far vedere anche il punto di vista di Peña. La prima, è quella che Eymerich cataloga con il n°3, in cui si parla del confronto con l’accusato; questo  – secondo Peña – comporta delle anomalie; infati, 1) con il confronto non sussiste alcun segreto; poi, 2) se il confronto fallisce, chi è posto a confronto corre dei rischi.

La seconda astuzia, invece, è classificata da Eymerich con il n°8, e stabilisce che l’inquisitore può concedere la grazia. A detta di Peña, però, questo risulta un po’ assurdo. Secondo lui, infatti: 1) se promette, e poi non può mantenere, allora l’inquisitore pecca; 2) chi promette la grazia può ridurre la pena meritata per un delitto. Dunque, 3) è impossibile concedere la grazia ad un relapso.

Ma, in definitiva, come si fa a riconoscere chi è eretico? L’autore fa un ritratto praticolareggiato delle varie sette, citando anche i manichei, ma dalle caratteristiche citate da Eymerich, Cammilleri afferma che gli eretici da lui citati sono i catari. Questo mi dà l’opportunità di citare Giovanna D’Aza, la mamma di San Domenico, la quale una notte sognò un cagnolino con una fiaccola in bocca: nulla di più vero; infatti il santo incendiò l’Europa con le sue missioni per la fede contro gli eretici Albigesi (dalla città di Albi, in Francia) ed i catari.

domini-canes

ecco, in versione piccola e più ingrandita, il cagnolino: non è un caso che il nome latino dei Domenicani sia dominicanes, i cani del Signore.

La seconda parte prosegue e si conclude con un elenco dei tredici verdetti, diversi da caso a caso, ovviamente; per cui è praticamente impossibile formulare un discorso unitario. Quello che vorrei solo accennare è un intervento di Cammilleri, il quale afferma che la pena capitale non risale al Medioevo, bensì è una pratica ripresa dall’antica Roma, grazie al culto che riprese verso il 1350; da allora la pena capitale costituì un tremendo rituale che trovò una grande applicazione nell’epoca delle Signorie.

La terza parte è quella un po’ più difficile da sintetizzare, perché riguarda le fasi del processo, su come organizzarlo, e poi lo svolgimento. non è semplice, eppure forse qualcosa da dire c’è: a cominciare dal fatto che, per essere eletto a svolgere tale ruolo, la persona deve essere dottore in Teologia, Diritto canonico e diritto civile. Inoltre, deve avere 40 anni al momento della nomina. In fase di processo, le sue funzioni sono quelle di giudice delegato su persone, delitti e cause che gli sono state affidate dal papa. Spetta sempre al papa, in seguito, a revocare il suo mandato, anche se possono essere autorizzati anche il padre generale o il padre provinciale, previa autorizzazione del papa. Naturalmente, oltre a nominare l’inquisitore, il papa ha il potere di conferirgli autorità, delegando talvolta uno dei suoi cardinli legati; ha inoltre nache l’autorità di nominare i padre generale e provinciale degli Ordini dei Predicatori e dell’Ordine dei frati minori (ossia i Francescani). A conferire potere a queste due figure di questi Ordini sono stati Innocenzo IV ed Alessandro IV.

Le cause per cui un inquisitore può essere revocato sono tre: per infermità, per negligenza e per iniquità.

Inquisitore e commissari, se accusati, possono assolversi reciprocamente, in virtù di un privilegio accordato da Urbano IV. Cammilleri chiarisce che il termine  privilegio deriva dal latino privata lex, che assunse valenza negativa durante il periodo giacobino; nel caso esposto dall’autore, invece, aveva esclusivamente una valenza religiosa.

Sulla base di quanto stabilito da Urbano IV e da Alessandro IV, è possibile perseguire i defunti; Peña cita due motivazioni per farlo: 1) per confiscarne i beni; 2) per lanciare un anatema sul corpo; a questo scopo è necessario esumarne il corpo, e cremarlo, oppure gettarlo al di fuori delle mura cimiteriali.

Nel caso 1), trascorsi cinque anni dal decesso, il cadavere non sarebbe più perseguibile, tuttavia è possibile farlo, almeno fino a 40 anni dalla morte. In questo caso gli eredi vengono privati dei beni dell’eretico. Il caso 2), invece, non prevede limiti di tempo: i discendenti dell’eretico ne conserveranno i beni, ricevendo però il trattamento riservato ai figli di eretici.

In fase di processo, l’inquisitore ha il via libera a procedere

contro tutti i sospetti di eresia, i diffamati di eresia, gli eretici, i loro seguaci, quelli che li ospitano, li difendono o li favoriscono, e contro uelli che pongono intralcio al Sant’Uffizio (…)

[cit. pag. 253]

L’inquisitore ed il giudice hanno l’opportunità di svolgere separatamente i loro compiti, tranne per quanto riguarda: a) trasferire i prigionieri da una prigione più dura; b) torturarli; c) emanare le sentenze. In caso di disaccordo tra le prati, il papa è il punto di riferimento.

All’inquisitore spetta una guardia armata; la necessità di questa fu sancita dal Concilio di Vienne, nel 1310, poi sancita da papa Giovanni XXII, nel 1320. A tale proposito, Peña afferma che la scorta dovrebbe essere armata giorno e notte, e che ad usufriurne dovrebbero essere anche tutti i collaboratori (avvocati, notai etc.).

Una volta emessa la sentenza, il prigioniero sarà scortato in prigione. Benché l’inquisitore disponga di una prigione propria, tuttavia i prigionieri dovranno scontare la pena in una prigione comune al vescovo ed all’inquisitore stesso: scopo della prigione è fare paura, in quanto è stata ideata per la pena dei condannati, e lì dovranno essere torturati. Un esempio di questo genere di prigione è quella episcopale, in cui prigionieri ci sono sia i sospettati, che gli accusati ed i condannati. Ma Peña non è d’accordo: per lui una prigione è sufficiente. In sostituzione delle prigioni, comunque, ci sono anche le celle dei conventi. A decretare la prigione come pena fu l’Inquisizione. È stato detto che – in fatto di detenzione – uomini e donne debbano stare separati, a meno che non si tratti di marito e moglie: in quel caso, questi potranno essere immurati insieme, oppure separatamente: in questo caso sarà loro garantito di accedere l’una all’altro.

Come argomento, non può non essere trattato la tortura: Eymerich, quindi, cita sette regole in cui è scritto chi debba essere torturato; dal canto suo, Peña spiega in maniera più dettagliata la questione, affermando che la tortura, in Eymerich, è un tassello spinoso; Peña, al contrario, nell’esporre il suo punto di vista su questo argomento ne fa una dissertazione complessa, ma mi sembra che la cosa importante sia questa:

Il diritto non dice quali tipi di tortura infliggere: la scelta è dunque lasciata al giudice che sceglierà gli uni o gli altri secondo il rango dell’accusato, la qualità degli indizi ed altro.

[cit. pag. 262]

Ma perché l’uso della tortura? Lo spiega sempre Peña qualche riga dopo:

La ragione? L’interesse della fede: bisogna bandire dal popolo l’eresia, bisogna sradicarla, impedire che si estenda.

[cit. pag. 263]

al contrario,

[…] non si torturano i bambini, i vecchi e le donne incinte

[cit. pag. 264]

In fase di testimonianza in un processo, può esserci singolarità. Di che si tratta? Significa che nelle testimonianze ci può essere divergenza, la quale può essere di tre tipi: a) ostativa, ovvero quando le due testimonianze si contraddicono del tutto; b) cumulativa, cioè quando due testimonianze coincidono; c) diversificativa, vale a dire che coincidono sull’essenziale, però non nei dettagli.

Un’altra questione spinosa riguarda il salario: secondo Peña, in Italia, questo compito spetterebbe al tesoro pubblico, eppure gli inquisitori non vengono pagati. Dunque, il vescovo dovrebbbe sopperire a ciò.

Insomma, tirando le dovute somme, posso dire che non è stato facile seguire un saggio di questo genere, tutto domande e risposte, con ulteriori osservazioni di seguito, però lo reputo formativo, se non altro mi sono fatto un quadro d’insieme di questo periodo complesso e buio, come l’Inquisizione. Del resto, il mio ruolo di Laico Domenicano me lo impone… 😉

Vi lascio con una foto scattata sei anni fa: risale al 2014, poco dopo il mio ingresso in Basilica per il mio percorso di Laico, il mio viaggio in Emilia Romagna per andare alla visita guidata del convento patriarcale, dove è sepolto San Domenico; il frate che accompagnò i visitatori ci fece percorrere parte di un corridoio dedicato proprio agli inquisitori: in alto alla parete, in progressione alternata, erano disposti – sui due lati – i ritratti dei Predicatori inquisitori. Naturalmente, gli feci una foto. Tenete conto che sei anni fa il mio cellulare non era così avanzato come quello attuale, e non mi sembra neanche che facesse foto bellissime; ad ogni modo, qui sotto potete vedere parte della parete destra con alcuni dei ritratti:

2014-06-14 Bologna, convento patriarcale - inquisitori

© Convento patriarcale di Bologna – ritratti degli inquisitori [foto mia]

Il mio giudizio: ragnettoragnettoragnettoragnetto

 

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Recensione/185 . Archi e frecce nell’antico Egitto (F. Di Donato)

Di Donato

Autore: Franco Di Donato

Titolo: Archi e frecce nell’antico Egitto

ISBN: 978-88-89724-50-7

Editore: Greentime

Collana: Le frecce di Arco

Prima ed.: 2009

Prezzo: € 12,00 (prezzo Disport)

Dati: 2009, brossura, 160 pagg.

Sinossi: L’avvincente volume di Franco Di Donato guida il lettore alla scoperta dell’ arceria bellica e venatoria sulle rive del Nilo. L’antico Egitto, infatti, non solo raggiunse vertici artistici e tecnologici in questo campo, ma gettò le basi culturali e spirituali di una vera e propria ”civiltà dell’arco”. L’argomento, affascinante per ogni appassionato, viene affrontato con sorprendente ricchezza di documentazione nel volume della collana Le frecce di Arco: numerosi disegni, belle foto ed un dizionarietto dei termini.
Il grande merito del libro, tuttavia, non sta solo nell’esplorare la materia con competenza, ma anche nel restituirci tutto il fascino della millenaria storia dell’antico Egitto. Che era aperto e progredito, pronto ad imparare dagli stranieri, ricco di spiritualità e voglia di vivere, orgoglioso e tenace. Una civiltà di cui l’arco costituiva un ingrediente essenziale. Franco Di Donato collabora da tempo con il Museo di Storia Naturale di Milano ed è istruttore di tiro con l’arco. È autore di numerosi libri sulla civiltà egiziana.

Il mio pensiero: Per iniziare a fare un discorso su una disciplina bellissima, come quella del tiro con l’arco, rapportandola ad una civiltà dai risvolti affascinanti, come quella dell’antico Egitto, ci sarebbe bisogno di fare un lungo discorso sulla storia che ha caratterizzato questo Paese; uno dei tanti discorsi da affrontare sarebbe quello dei vari Grimalperiodi che la hanno caratterizzata, con un lungo susseguirsi di dinastie egizie, oltre trenta, di cui alcune costituite da sovrani stranieri, come gli Hyksos. Ma – per quanto mi riguarda – l’ultima reale dinastia egizia, per me è stata la XVIII, anche se mi potrei spingere almeno fino alla XX. Questo perché, a partire dal Terzo periodo intermedio (1075-664), con la XXI Dinastia, fino alla XXV Dinastia, è tutto un susseguirsi di sovrani stranieri, tra l’altro in un periodo complesso, in cui le dinastie regnanti si sovrapponevano l’una con l’altra. A partire dall’Epoca Tarda (664-332), che comprende dalla XXVI Dinastia alla XXX, è un susseguirsi di sovrani prima Persiani, poi Macedoni, ma il vero Egitto sta man mano scomparendo, per essere totalmente annullato nell’epoca romana (30 a.C.-313 d.C.).Mi permetto, a questo punto, di segnalarvi un testo molto interessante, in cui l’autore fa una ricostruzione precisa e puntuale della storia di questo popoli. Si tratta di Storia dell’antico Egitto, di Nicolas Grimal.

Ma torniamo al dunque.

Per gli antichi Egizi la formazione guerresca rivestiva molta importanza; per cui fin da giovani i maschi egiziani erano educati all’uso delle armi presso il Kap (chissà, mi viene da pensare, se il nome del mio arco – Kap, per l’appunto – non abbia qualcosa a che vedere con questo termine…), il collegio reale dove veniva impartita l’educazione militare e sportiva. Tra tutte le armi, l’arco era quella privilegiata, al punto che ne esistevano di diversi tipi:

  • l’arco semplice comune, consistente in un’unica asta di legno, alle cui estremità era allacciata la corda
  • l’arco semplice, avente una doppia curvatura
  • l’arco composito, costituito da legno, corda e tendine, il quale prenderà il posto dell’arco semplice, sia in campo bellico, che nelle battute di caccia.

I primi due compariranno nella preistoria; l’ultimo, invece, nel Nuovo Regno (1550-1075). Alla preistoria vengono fatte risalire le prime punte in selce per le frecce, che poi, da un primo modello primitivo, arriveranno ad avere una forma ed una fattezza più moderne. Nello stesso tempo compaiono, nelle grotte, delle pitture in cui le persone dipinte tengono in mano questo tipo di armi. Armi che, anche nel periodo dinastico del Medio Regno avranno la stessa forma di quelli usati nella preistoria, e dipinti nelle grotte. Si suole pensare che il legno più utilizzato per fabbricarli fosse quello di acacia, per la sua resistenza.

Oltre alle frecce, sono molte altre le innovazioni e le similitudini che esistono in epoca moderna riguardo l’arceristica. Una di queste riguarda il metodo con cui si carica l’arco (ovvero, si mette la corda):

(…) questo atto si compie (…) ponendo la gamba destra tra la corda e l’asta dell’arco, facendo pressione con il piede ed il ginocchio su questa in modo da piegare il flettente inferiore; nello stesso tempo, con la mano destra o sinistra si impugna la parte alta del flettente superiore tirandola verso se stessi in modo che si pieghi dando la possibilità all’arciere di legarvi l’estremità della corda con l’altra mano. [pag. 90]

Ma anche il modo di portare le frecce ha subito un cambiamento nel corso del tempo:  la faretra è cambiato nel corso del tempo; infatti, se inizialmente le frecce venivano portate in mano, con le punte rivolte verso il basso, ad un certo punto della storia egiziana ci si accorse che questo non era il metodo migliore per portarle, e così fu creata la faretra. Se, inizialmente, veniva portata a spalla, durante le battute di caccia veniva posta sotto al braccio, così da fare in modo che le frecce fossero più a portata di mano per scoccarle; antesignano del modo moderno in cui vengono indossate, cioè alla vita, fu Tutankhamon (1333-1323), durante la XVIII Dinastia (1550-1291). 

 

La sua tomba fu scoperta, nel lontano 1922, dall’egittologo Howard Carter, grazie al finanziamento della spedizione da partre di CarterGeorge Herbert, Lord Carnarvon. Quando Carter entrò nella tomba di Tutankhamon (denominata KV62[1] secondo la catalogazione) trovò numerosi pezzi d’oro, ma anche suppellettili e tanto altro. Tra tutti questi reperti, anche gli archi a cui ho accennato poco più sopra. Si racconta che al momento in cui l’egittologo varcò la soglia della camera funeraria, il dialogo si svolse pressapoco così:

Carnarvon: – Che cosa vede?

Carter: – Vedo cose meravigliose!

Di questa meravigliosa scoperta che rivoluzionò la storia dell’egittologia, Carter ne parla nel suo Tutankhamen. edito da Garzanti. Non ne ho la certezza assoluta, ma penso che la maggior parte di questi reperti – armi incluse – si trovino al Museo Egizio del Cairo; altri esemplari sono conservati al Museo Egizio di Torino. A proposito di quest’ultimo Museo, lo sapete che è il primo per fondazione, ma il secondo per grandezza? 😉 Un bel primato italiano! 🙂

Quando ho iniziato la lettura di questo breve saggio, ho fatto subito caso alla numerazione delle pagine, che vi sottopongo qui sotto:

(x]________________ pagina dx

________________[x) pagina sx

dove x rappresenta il numero della pagina. Non vi nascondo che mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che questa sopra riportata è la rappresentazione stilizzata di un arco… 😉

Anche se a momenti alterni, ho trovato molto interessante anche la parte dedicata all’azione militare; interessanti è stato vedere che un grande aiuto nello svolgimento delle battaglie fu dato dall’avvento dei carri. Naturalmente l’esercito egiziano non era l’unico a disporre di questo mezzo, però erano molto avvantaggiati rispetto alle popolazioni nemiche, in quanto

(…) si trattava di mezzi leggeri e manovrabili tirati da due cavalli e, proprio per mantenere e sfruttare questa caratteristica, portavano solo due uomini, garantendo però una notevole potenza di tiro e gittata grazie all’arco composito. Inoltre, con la grande scorta di frecce assicurate alle faretre montate a bordo, producevano lunghe serie di volate di frecce. (…) 

Le grosse faretre o contenitori in cuoio erano montate ai lati: due incrociate su un lato contenevano l’arco e una serie di frecce, mentre un’altra dal lato opposto una serie di giavellotti, la spada “khepesh”, o una scure o una mazza per la difesa personale nel combattimento ravvicinato in caso di appiedamento. [pag. 117]

 

 

Ramsess_II_Torino

Statua in diorite di Ramses II, conservata all’interno dello statuario del Museo Egizio di Torino; una copia si trova in Piazza Castello, sempre a Torino

Il faraone qui sopra rappresentato visse nel Nuovo Regno, durante la XIX Dinastia, negli anni 1279-1212; una delle imprese che contribuì a renderlo importante fu la battaglia di Qadesh; fu una battaglia in cui, dapprima, gli Egizi, si trovarono circondati dai loro  nemici, ma poi riuscirono ad uscire da questa incresciosa situazione di impasse, grazie proprio all’ausilio dei carri; il ricordo di questa battaglia fu poi scolpito nelle mura del tempio di Abu Simbel a lui dedicato; qui sotto ne vedete il bassorilievo:

Ramses II e la battaglia di Qadesh

Ramses II tira con l’arco durante la battaglia di Qadesh. In primo piano è possibile vedere, a forma di x le faretre citate poco più sopra.

Un’altra occasione di vincita fu nella battaglia contro il tentativo di invasione dei Popoli del mare (gli shardana, da cui sembra derivi il termine Sardegna), avvenuta nel 1180 a. C. e guidata da Ramses III. Naturalmente, anche questa battaglia è stata raffigurata; per l’esattezza con un bassorilievo nel tempio di Medinet Habu (era il 1180 a.C.).

Durante questa battaglia, un arciere seppe distinguersi per abilità; si tratta di Mahipra, il quale si merita una tomba nella necropoli tebana, la TT35[1], vicino al suo sovrano, che ha la TT36. La tomba dell’arciere fu trafugata dai predoni nell’antichità, per essere poi scoperta da un’équipe nel 1899; stranamente non si fa menzione degli archi. Questo sorprende non poco, perché non è possibile immaginare un arciere senza la sua fondamentale e personale arma.

Collegato al discorso militare vi è quello riguardante la cura delle ferite; indicazioni su Haliouacome provvedere a fare questo, possono essere reperite sul papiro Smith, la cui datazione risale al 1550 a.C. Di seguito, l’autore prende in esame alcuni casi di ferite o malattie, dicendo al lettore il modo in cui poterle curare. Trattandosi di un saggio dedicato all’arcieristica, è più che normale che vengano presi in considerazione i malesseri con cui erano soliti avere a che fare gli arcieri, vale a dire: fratture, contusioni, infiammazioni ed altro ancora; ebbene: questa categoria di militari poteva stare certa che questo genere di cose potesse essere risolto con altre ricette; si dà il caso che ferite che potevano risultare infette, erano curabili con bendaggi di lino pulito, e poi l’applicazione di vino, latte, olio di timo, ed altro ancora. L’altra faccia della medaglia, invece, era quando le truppe si trovavano di stanza nelle campagne, dove erano alle prese con l’acqua putrida, con le punture di insetti e delle infezioni, la dissenteria, e le punture di insetti, quali gli scorpioni.

C’è un volume interessante, che vedete qui alla vostra destra, in cui l’autore fa una panoramica delle varie malattie nell’antico Egitto, esponendo anche i rimedi per la guarigione. Vi dirò, l’ho acquistato un bel po’ di anni fa, e non sono del tutto certo che si faccia riferimento a conseguenze dovute al tiro con l’arco; abbastanza, invece, si può trovare che riguardi l’imbalsamazione. Il libro in questione è: La medicina al tempo dei faraoni, di Bruno Halioua.

 

Insomma, in questo breve saggio ho riscontrato alcune cose che già conosco in campo arcieristico, perché sono identiche a come si svolgono oggi, ma anche altre di cui non ero a conoscenza, e che adesso costituiscono una parte del mio bagaglio culturale. Questo testo mi ha anche permesso di rispolverare qualche mia vecchia conoscenza di egittologia, che ho inserito qui, e mi ha fornito lo spunto per rileggere i tre testi che vi ho presentato.

Spero di avervi fornito qualche spunto interessante per intraprendere questa lettura, anche solo per semplice diletto, e semmai, anche a scoprire qualche nozione ulteriore di storia egizia, più di quanto non abbia saputo fare io. Vi assicuro che è una civiltà stupenda, e che – prima delle altre che sono seguite – ha saputo mettere le basi per ulteriori scienze (per esempio, l’astronomia).

[1] KV sta per King’s Valley, la Valle dei Re, dove si trovano numerose tombe dei sovrani egiziani.

[1] TT sta per Theban Tomb, tombe che si trovano nella necropoli tebana, dove si trovano le tombe dei Nobili, inclusi anche coloro che si occupavamno di costruire e di prendersi cura delle sepolture, anche quelle reali.

Il mio giudizio: ragnettoragnettoragnettoragnettoragnetto

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Le letture di Febbraio

Un altro mese è finito, e di seguito inserisco le letture fatte. Dalla lettura/studio dell’Etica di Spinoza mi sono preso una pausa, che è stata bella lunga, e che si è conclusa con i due romanzi di Giorgio Favaro ma sentivo il bisogno di prendermela, così ho letto i libri che potee vedere qui sotto; un’ulteriore pausa me la sono presa qualche giorno fa, iniziando la lettura del libro di Franco Di Donato; è il libro che ho acquistato insieme all’attrezzatura nuova dell’arco: non volevo perdere troppo tempo, e leggerlo in ritardo, così ho preferito dargli la precedenza; presto riprenderò Spinoza. 😉 Nel frattempo, come faccio spesso, lo alterno con un romanzo semplice, non troppo impegnativo. Beh, basta chiacchiere; i testi di questo mese sono qui sotto! 🙂

Giorgio Favaro Padrone del tempo
Giorgio Favaro Custodi di pietra
Sally Thorne Ti odio, anzi no, ti amo
Franco Di Donato Archi e frecce nell’antico Egitto