Recensione/183 – Padrone del tempo (G. Favaro)

Favaro

Autore: Giorgio Favaro

Titolo: Padrone del tempo

ISBN: 978-88-7536-167-9

Editore: Joker

Collana: I Girasoli

Seconda ed.: dicembre 2009

Prezzo: € 14,00 (su Amazon ora risulta a € 11,90)

Dati: 2009, brossura, 128 pag.

Trama: Il momento pù duro per il dottor Thomas non è il confronto quotidiano con i mutuati, le ricette da scrivere, le piccole e grandi tragedie da ambulatorio pubblico, ma affrontare lei, Maria, e il suo malessere cui la medicina non ha saputo dare una risposta definitiva. Per aiutarla Thomas dovrà impegnarsi in una ricerca burrascosa che lo condurrà fino al limite di quelle certezze che la medicina pareva avergli fornito, in un viaggio inconsueto tra scienza ed esoterismo, tra situazionireali e continui sconfinamentida un tempo all’altro.

In questo romanzo chi ama il fantasy non avrà difficoltà a ritrovarsi nei modi avulsi dal filo della narrazione principale; chi ama la storia troverà alcuni dettagli che collocano correttamente i personaggi ne loro tempo; chi ama il poliziesco non tarderà a riconoscere le ricerche alla Simenon. E poi, soprattutto, gli appassionati di medicina naturale, ma anche gli screttici, troveranno materia su cui riflettere, poiché ogni indicazione è documentata con la precisione del ricercatore.

Il mio pensiero: Sono otto anni che ho questo libro, gentile regalo dell’autore; libro che anticipa quello – sempre di Favaro – che acquistai sempre ottoe anni fa.

Ma andiamo con ordine. Era il 2012 quando mi capitò di partecipare al Salone del Libro di Torino, al Lingotto, ed in quell’occasione conobbi Giorgio, autore – allora – di… no, non vi svelo il titolo; non è proprio fare spoiler, ma voglio lasciarvi … Dicevo: acquistai quel libro, che poi lessi con avidità,  fin quando – a sorpresa -ricevetti questo.

Il libro racconta la storia di Thomas, un medico che desidera salvare la vita a Maria, una sua paziente. Non si dice se, sottinteso, ci sia un sentimento che coinvolga le loro vite; resta il fatto che il dottore ha a cuore la salute della donna, dunque si prodiga a fare di tutto per salvarla; a cominciare da sfogliare a fondo le sue enciclopedie di Medicina, ad altri testi più particolari, fino a scoprire un oggetto, appartenuto al padre, e che gli permetterà di…

Mi fermo qui. Non vi voglio togliervi le emozioni ed i colpi di scena che si trovano in questo libro di poco più di 100 pagine; sappiate solo che se la prima volta aveva catturato la mia attenzione, la stessa cosa si sta ripetendo in questi giorni. E ne sono proprio felice! 🙂

Il libro è breve, ma in poche pagine Favaro condensa un’avventura interessante, in cui il lettoreviene a conoscenza di diverse culture, usi e costumi,  e – insieme a Thomas – si mette alla ricerca di una cura adatta per Maria, e alla scoperta di nozioni risalenti tempo addietro.

Ho detto che Thomas è un medico, e nella narrazione è facile individuare nel protagonista di questa storia l’alter ego dell’autore stesso. Ops, perdonatemi: è facile per me, forse, che l’ho conosciuto, e che rileggo per la seconda volta questo libro… Ad ogni modo, penso che anche chi leggesse questo libro per la prima volta potrebbe arrivare a  questa similitudine, vista la dimestichezza con cui l’autore cita diversi passaggi dei libri, e si destreggia in determinate situazioni presenti all’interno del libro.

Padrone del tempo è un testo che racchiude al suo interno molte tematiche: la medicina, un rapporto tra adulti, ma anche l’aria oscura della Torino esoterica, che permea la città. Trovo che sia un romanzo bello e coinvolgente; ma forse sono un po’ di parte… Ad ogni modo, io (come sempre) vi invito alla lettura; spero che le mie parole vi abbiano invogliato a scoprire questo mondo affascinante. 🙂

I libri di Gennaio

Autore Titolo
Laura Rocca Alchemic
Bento de Spinoza Etica
Silvia Devitofrancesco Occasione inaspettata
Olga Takurchuk I vagabondi

Primo giorno con la nuova attrezzatura

In questo articolo avevo parlato dell’acquisto di arcieristica che avevo appena fatto. Quello che non sapevo, invece, è che una buona parte degli accessori presenti in quell’ordine erano miei. Ebbene sì: oltre a quelle tre cose di cui vi ho già parlato c’è ancora il set di stabilizzazioni (le due laterali, e quella centrale), ed un carichino.

carichinoIl carichino (lo vedete attorcigliato alla vostra sinistra) consiste in una corda con – alle estremità – delle cavità in pelle che devono essere poste alle estremità dell’arco; la parte più piccola va sul tip superiore (così si chiamano le estremità dei flettenti; hanno una strozzatura in cui deve essere incastrata la corda), quella più larga, su quello inferiore. Delle stabilizzazioni, invece, ne ho già parlato in un altro articolo, appena le acquistai, qualche anno fa; sulle stabilizzazioni, invece, non ho nulla da dire, visto che le avevo già provate in precedenza, e mi ci sono trovato più che bene.

Per quanto riguarda il mirino,  invece, c’è da dire una cosa.

Il mio attuale mirino, tirato in ballo oggi per la prima volta, lo avete visto qui. L’asta verticale ha – da una parte e dall’altra – un’asticella numerata, dove poter prendere le misure dello stesso per regolare il mirino alle varie distanze.

Questa mattina, una volta al campo, ho usato per prima cosa il carichino per mettere la corda: vi assicuro che è tutto molto più facile; tutto sta a sistemare la fessura della corda nel flettente superiore, ma un po’ più in giù rispetto al tip, poi inserire le due scanalature in pelle del carichino, tirare l’arco verso l’alto et… voila, il gioco è fatto! Il secondo passo è stato il mirino; a quel punto – per non disturbare gli altri arcieri – mi sono messo al paglione per i principianti e ho tirato un bel po’ di frecce… emi sono divertito un bel po’!!! Poi, quando ho finito di tirare, ho eseguito al contrario l’opersazione con il carichino, e ho rimesso tutto a posto.

Perdonatemi, se per caso non mi sono spiegato granché bene, forse il fatto è che mi sono così gasato per questo nuovo restyiling dell’arco, che spiego come se tutti voi conosceste queste cose… ad ogni modo, per farla breve, per essere stato il primo giorno con l’attrezzatura nuova, devo dire che il giudizio è più che positivo, e mi ci sono trovato molto bene. 🙂

© foto Disport

Recensione/182 – I vagabondi (O. Tokarczuk)

Takurchuk

Autore: Olga Tokarczuk

Titolo: I vagabondi

ISBN: 9788845296925

Editore: Bompiani

prima ed.: 2019

Prezzo: € 17,00; 384 p

Prezzo Amazon Kindle: € 9,99

Dati: 2019, brossura, 100 pag.

Sinossi: La narratrice che ci accoglie all’inizio di questo romanzo confida che fin da piccola, quando osservava lo scorrere dell’ Oder, desiderava una cosa sola: essere una barca su quel fiume, essere eterno movimento. È questo spirito-guida che ci conduce attraverso le esistenze fluide di uomini e donne fuori dell’ordinario, come la sorella di Chopin, che porta il cuore del musicista da Parigi a Varsavia, per seppellirlo a casa; come l’anatomista olandese scopritore del tendine di Achille che usa il proprio corpo come terreno di ricerca; come Soliman, rapito bambino dalla Nigeria e portato alla corte d’Austria come mascotte, infine, alla morte, impagliato e messo in mostra; e un popolo di nomadi slavi, i bieguni, i vagabondi del titolo, che conducono una vita itinerante, contando sulla gentilezza altrui. Come tanti affluenti, queste esistenze si raccolgono in una corrente, una prosa che procede secondo un andamento talvolta guizzante, come le rapide, talvolta più lento, come se attraversasse le vaste pianure dell’est, per raccontarci chi siamo stati, chi siamo e forse chi saremo: individui capaci di raccogliere il richiamo al nomadismo che fa parte di noi, ci rende vivi e ci trasforma, perché “il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.

Il mio pensiero: Un paio di mesi fa mi capitò di leggere la notizia di due autori che avevano vinto il premio Nobel per la letteratura; il primo con I calabroni, di cui trovate Handke calabronila copertina qui a sinistra; la seconda con il libro qui in oggetto.

Non ho mai letto Handke, e non so se mai lo farò, soprattutto con questo libro; anche perché mi sono imbattuto in siti in cui famiglie intere si sono ribellati a questo libro, in quanto lo scrittore rispolvera le questioni della Seconda Guerra Mondiale, prendendo le difese di quanto è successo con gli avvenimenti tragici.

Il secondo libro, I vagabondi, di Olga Tokarczuk, è stato quello che ha catturato maggiormente la mia attenzione: l’autore della recensione ne parlava molto bene, descrivendo accattivante il linguaggio con cui è stato scritto. A quel punto ho iniziato a  cercarlo nelle librerie finché – un giorno – Amazon me l’ha proposto come Ebook in offerta, e ne ho approfittato.

Non so dire con certezza di cosa tratti il libro; posso dirvi che il libro inizia con un linguaggio che – usando un termine forse un po’ improprio – definirei ricercato, ma allo stesso tempo semplice: questo fattore, unito a quello che ciascun capitolo è di seguito all’altro, fa sì che il romanzo risulti scorrevole. La narrazione è affidata ad una voce narrante femminile (di cui non si conosce nome né età, ma che verosimilmente è l’alter ego dell’autrice) che parla della sua famiglia, di provenienza polacca, e della loro origine nomade. Il testo continua così per qualche pagina, fino a quando cambia la corrente, ed il lettore si trova a percorrere un altro filo di pensieri dell’autrice/ voce narrante: seguendo questo schema – quello, cioè, di inserire più discorsi – l’autrice costruisce tutta una serie di quadri concentrici: per farvi capire, il romanzo parte dalla storia della famiglia nomade della protagonista, per poi interrompersi e passare a narrare altri eventi, raccontare storie tratte da Le mille e una notte, per poi tornare al punto di partenza, o raccontare altro ancora.

A dispetto, comunque delle peripezie letterarie dell’autrice in queste pagine, posso dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso da queste pagine.

Il mio giudizio: ragnettoragnettoragnettoragnettoragnetto

Tokarczuk Handke

i premi Nobel 2019, Olga Tocarczuk e Peter Handke [foto tratte da Il libraio]

Nuovi accessori per l’arco

mirino sightEra da un po’ che volevo incrementare il mio arco, e renderlo un po’ più performante, così ieri sera ho effettuato l’ordine. Avendo rimediato (usati in buono stato) i flettenti da 20 lbs. e il set di stabilizzatori, ho acquistato soltanto il mirino Decut  (che potete vedere alla vostra sinistra, ed il clicker regolabile (lo vedete un po’ più in basso, sulla destra), da porre sul mirino. Ad essere sincero, finora sono sempre stato un po’ restio ad acquistarlo, perché penso che poi uno ci perda molto tempo a perché non dia il segnale di rilascio della freccia… però mi sono deciso, e presto, avrò qualcos’altro con cuiclicker regolabile fare i conti. Vedremo un po’ come mi ci troverò! 😉

Inoltre, come divertissement, ma neanche troppo, ho acquistato il libro Archi e frecce nell’antico Egitto, di Franco Di Donato (potete vedere la copertina poco più sotto). Con l’acquisto di questo volume l’intento è  quello di unire la passione per l’arco, e la sua storia, ad una parentesi della mia vita, conclusasi nel 2010, non per mio disinteresse, sia ben chiaro: la passione per l’antico Egitto.

Di Donato Descrizione del volume: L’avvincente volume di Franco Di Donato guida il lettore alla scoperta dell’arceria bellica e venatoria sulle rive del Nilo. L’antico Egitto, infatti, non solo raggiunse vertici artistici e tecnologici in questo campo, ma gettò le basi culturali e spirituali di una vera e propria “civiltà dell’arco”. L’argomento, affascinante per ogni appassionato, viene affrontato con sorprendente ricchezza di documentazione nel volume della collana Le frecce di Arco: numerosi disegni, belle foto ed un dizionarietto dei termini. Il grande merito del libro, tuttavia, non sta solo nell’esplorare la materia con competenza, ma anche nel restituirci tutto il fascino della millenaria storia dell’antico Egitto. Che era aperto e progredito, pronto ad imparare dagli stranieri, ricco di spiritualità e voglia di vivere, orgoglioso e tenace. Una civiltà di cui l’arco costituiva un ingrediente essenziale. Franco Di Donato collabora da tempo con il Museo di Storia Naturale di Milano ed è istruttore di tiro con l’arco. È autore di numerosi libri sulla civiltà egiziana.

Insomma, non sto più nella pelle, e ho una voglia matta di montare questa nuova attrezzatura sul mio arco, e cercare di fare risultati migliori! Ah, dimenticavo: naturalmente venderò l’attrezzatura che già ho; potrei fare contento/a un/a neofita. 🙂

 

(foto: Disport)